SAN BENEDETTO DEL TRONTO – «Tra innovazione delle tecniche e conservazione delle risorse». Il sottotitolo di questo studio della ricercatrice grottammarese Maria Ciotti, pubblicato nel gennaio 2006 per i tipi delle Edizioni dell’Università di Macerata, ci conferma quella che è la questione centrale che da almeno trecento anni preoccupa tutti coloro che vivono e lavorano attorno alla pesca nel Mare Adriatico: come produrre più e meglio senza pesare troppo sugli stock – cioè sui potenziali riproduttivi delle varie specie di fauna ittica soggette ad essere pescate –tenendo conto altresì del rapporto che lega l’innovazione tecnica ai fattori economici, sociali e ambientali.
Un problema che cominciò ad imporsi già nel Settecento e che ancora oggi è oggetto di vivaci dibattiti e operosi interventi, anche a seguito degli odierni vertiginosi sviluppi tecnologici e degli altrettanto rapidi mutamenti ambientali e climatici. Basti pensare al esempio al ciclo di seminari che a fine 2006 ha organizzato il Consorzio europeo di ricerca e formazione Cerf Pesca proprio in materia di «Gestione delle attività di pesca nel medio Adriatico».
Nella prima parte del libro, la Ciotti tratta degli aspetti normativi e fiscali, dei mezzi di produzione, e dell’evoluzione delle tecniche tra XV e XVIII secolo; mentre la seconda parte affronta il dilemma «innovazione/conservazione» e i caratteri della struttura produttiva fra pesca e mercato. Il tutto suffragato da un vasto apparato di documenti.
Un lavoro, questo di Maria Ciotti, che può essere letto e apprezzato in parallelo con due analoghe recenti opere dello storico sambenedettese Gabriele Cavezzi: Le barche e la gente di mare dello Stato Pontificio negli anni 1823-1853, per la parte storica; Il pesce, i pescivendoli e le pescherie, per la parte socio-economica.

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