GROTTAMMARE – Camminando per il centro o per il Paese Alto, Lorenzo Straccia lo si vede attraverso i suoi lavori: cancelli, lampioni, recinzioni. Ed anche dentro le case, con letti, mensole, lampadari, attaccapanni girevoli. Tutti rigorosamente in ferro battuto ad arte, nel vero senso della parola. Inoltre, tutti lo hanno visto forgiare il ferro, durante il Presepe vivente.

Come è nata la passione per il ferro battuto?

«Da piccolo. A 13 anni facevo il falegname, non mi piaceva molto, così andai a fare il fabbro, sotto padrone. È stato come per un cieco che vede la luce: una folgorazione. Mi innamorai subito di questo mestiere, che non era “ereditato” da parte di genitori o parenti.. Non appena potei, mi misi in società con un altro ragazzo, era il 1968. Uno dei primi lavori importanti che realizzammo fu l’attuale recinzione del Comune di Grottammare, nel 1972. Poi mi misi in attività da solo. Scoprii così la passione per l’arte del ferro battuto. Forgiare il ferro significa non solo fare cancelli, ma anche lampadari artistici, farfalle, fiori appendi-abito… C’è l’imbarazzo della scelta».

Quanti oggetti hai realizzato?

«Tantissimi. Basti pensare che, ad esempio, solo quest’anno – durante il Presepe Vivente – ho realizzato tre cassette piene di ricci in ferro, che i visitatori potevano prendere come ricordo. Subito dopo la realizzazione della recinzione del Comune, venne un signore di Monte Urano per commissionarci un cancello. Poi dai più svariati: specchi, orologi, letti matrimoniali e singoli, lampioni da muro e da terra, diversi cancelli per i cimiteri. Ho anche realizzato un’urna per Santa Esperantia, la Patrona di Cingoli e presso la Chiesa di Sant’Agostino c’è anche un mio Crocefisso, alto un metro e sessanta».

D’estate espone il ferro battuto al Paese Alto: passa tanta gente: la gente si interessa ai lavori artigianali?

«Sono passati in tantissimi, spesso il parcheggio non bastava. La gente entra, guarda interessata, chiede informazioni su come si realizzano questi oggetti. C’è ancora la passione per il lavoro artigiano. Come espositore, mi hanno anche invitato ad Acquaviva e alla Fiera di San Martino 2005 sono stato premiato proprio come “Miglior espositore”. Qualche giorno fa, inoltre, mi è stata consegnata la licenza di commerciante ambulante, quindi quest’anno potrò, oltre che esporre, anche vendere».

Lei è nato nel 1939, ha visto Grottammare mutare: com’era prima?

«Sono nato al Paese Alto, in via Castello e abito attualmente in via Fraccagnani. Andavo a scuola a piedi senza scarpe, solo coi sandali, sia che c’era la neve, il vento, la pioggia. E coi calzoni corti. Erano gli anni ’40, era in corso la guerra, e per cartella avevo la cassetta delle munizioni, era stretta e lunga e si apriva di lato. Adesso in confronto è il paradiso. Per necessità ho smesso di andare a scuola e sono andato a lavorare, come tantissimi miei coetanei, d’altronde. Poi, quando si trattò di iniziare il lavoro da idraulico, dovetti prendere la licenza elementare con le scuole serali.

Cosa è cambiato?

Tutto. Quando ero piccolo al Paese Alto eravamo duemila persone, adesso si e no 60. Molti sono morti, altri se ne sono andati altrove. Io la fortuna l’ho trovata senza spostarmi: una moglie bravissima e due splendidi figli diplomati entrambi in musica. Mio figlio Francesco insegna ed è il presidente del Corpo bandistico “La Marchigiana”, mentre mia figlia Nadia dirige una banda di Ascoli».

Cosa si potrebbe migliorare a Grottammare?

«La mentalità. Apprezzo molto l’idea di ridare vita al vecchio ospedale, dando la possibilità di spazi alle associazioni. Occorrerebbe seguire questa via per tutti gli edifici lasciati a se stessi. Oltretutto occorre iniziare a camminare, non a parcheggiare ad un metro dalla destinazione».

Cos’altro manca al Paese Alto?

«Sicuramente un vigile urbano. Negli anni ’80 c’era un vigile che veniva qui alle 15 e scendeva alle 24. Adesso manca questo tipo di vigilanza, soprattutto d’estate: le macchine entrano nel centro storico senza permesso comunale e parcheggiano dove pare a loro».

Sarebbe d’accordo su una manifestazione simile al Presepe vivente, da fare d’estate?

«Certo che si, i turisti sarebbero entusiasti. Solo che d’estate fa caldo, indossare le tuniche come quelle del presepe… Occorrerebbe studiare qualcosa ad hoc.».

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