GROTTAMMARE – Guido Venieri è nato a Grottammare, nel 1927. Nel periodo giovanile venne incoraggiato da Vito Rivosecchi, e fra i suoi estimatori vi sono lo scultore Pericle Fazzini, il critico d’arte Giulio Nardi, il professor Mario Rivosecchi ed il noto giornalista Vincenzo Mollica.

Ha iniziato a dipingere da piccolissimo, alle elementari: mosso da cosa?

«Dalla passione per l’arte. Quando ero piccolo, andavo a Fermo a rubare le plance del cinema e a casa le riproducevo su carta. Disegnavo tutto quello che vedevo, prima su tutto Grottammare. Poi ho conosciuto Vito Rivosecchi, che era rilegatore e bibliofilo. Lui mi indirizzò e mi portò sotto la sua ala. Mi fece conoscere molte persone, fra cui Mario Rivosecchi, Armando Marchegiani – di San Benedetto del Tronto – e Pericle Fazzini. Claudio, il fratello, mi portò un libro sulla Resurrezione da parte di Pericle, e c’era una dedica: “A Guido con amicizia e stima”».

Come definisce la sua pittura?

«Tutto proviene dall’impressionismo. Inizialmente disegnavo il vero così com’era, poi Vito Rivosecchi, guardandomi, mi disse: “Continua su questa strada, dipingi dal vero, ma con mano veloce”. Tutto è incentrato attorno al gesto. E non deve esserci compiacimento, perché altrimenti la parte interiore si blocca, non cresce».

E a chi afferma che “non sa dipingere” perché non comprende le sue figure, cosa risponde?

«C’è gente che, ancora oggi, dice: “A sci? Venieri dipinge? Ma nen facì lu macellare?” E dentro mi sento ribollire, perché è vero che facevo il macellaio, ma per sostentamento. C’è chi di fronte ad un mio quadro dice: “E quesse che è?“, e non vede che lì c’è Grottammare. Sempre Rivosecchi mi diceva: “Non capisco come sei riuscito, in un paese così piccolo, ad arrivare allo spazio!”. Dietro ogni angolo c’è qualcosa che può essere ritratto».

Nel 2006 è stato premiato con il 1° Premio, Medaglia d’Argento dal Presidente della Repubblica. Cosa ha provato?

«Una grande emozione, di certo. I premi e le riconoscenze ricevute sono state molte e fanno di certo piacere. Anche se poi qui ti dicono “che fa lu macellare?“… fuori ti apprezzano.».

Com’era Grottammare 40 anni fa?

«Prima eravamo una grande famiglia. Al Paese Alto, dove adesso c’è il Borgo Antico, c’era Fabiola che vendeva i Tabacchi ed era un punto di incontro. Da ragazzi andavamo al Castello: ci fermavamo da Malfatti, il marito di Casilde, la sorella del Tarpato, che aveva – prima di Piazza Peretti – una cantinetta. Lì mangiavamo il prosciutto tagliato a mano, accompagnato da un buon vinello… Poi ci faceva firmare i libri di carta paglia. Lì è raccolta tutta la nostra vita di quegli anni, con nomi, visi, frasi, disegni… ».

Quindi preferiva la città come era allora…

«Bhè, non che adesso sia brutta, ma prima era tutta un’altra cosa. Si respirava un’aria diversa. Anche se c’erano meno strutture, bastava anche solo una chitarra e qualche amico, per divertirsi».

Ha dei ricordi particolari legati a persone, luoghi, ed episodi?

«Tanti… – Guido ci pensa su un po’, poi ride – Giacomino! Ero tanto amico del Tarpato… Lui era un personaggio particolare, viveva nel suo mondo, aveva i suoi pensieri. Ad esempio, ogni ragazza per lui era la sua fidanzata. Allora un giorno venne qua e mi raccontò che una ragazza gli si sedette affianco e gli chiese delle cose. E lui zitto, mi diceva che non parlava. E concluse il discorso: “…Poi me so’ ggirate e je so’ ditte: zanzara!” E ridevamo assieme».

Come mai le opere di Venieri non vengono mai usate per le locandine e i calendari di Grottammare?

«Bella domanda! Io sento di aver dato tanto a Grottammare, ma Grottammare sembra essersi scordata di me. Il mio bis-nonno, mio nonno, mio padre… Io. Siamo tutti nati e cresciuti a Grottammare. Una locandina con una mia opera venne fatta quando c’era come Sindaco Sparvieri… Sarebbe ora».

Progetti in cantiere?

«L’assessore Enrico Piergallini si è impegnato a farmi fare una mostra entro quest’anno al Kursaal, al merito della medaglia d’argento che ho vinto a San Crispino».

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