Piccola “storia”, intanto, la performance dei destrorsi perbenisti. In plotone rigidamente schierato (ma il destr-riga non gliel’hanno ordinato i poliziotti) all’angolo della piazza, con uno che si chiama Rossi Raffaele con in mano uno striscione che dice “rossi di vergogna”. E poi il tricolore, l’inno di Mameli strillato con furore. Come un imbalsamato comitato d’onore – si fa per dire – di sfilata militare, come la giuria-su-tre-file di un tribunale americano, come la corale mestissima di un’Argentina che non c’è più.

L’algida spianata del Kursaal non li ha aiutati. Troppo grande per loro, piccoli piccoli. E pallidi. Mica colpa dei Guzzini…

In sala, dopo qualche sassolino d’assessore opportunamente espulso all’indirizzo di perbenisti alleati (assenti) forse più pericolosi, ben altre storie. Di lavoratori d’oggi, di “consumatori lavorati”. Grandi storie.

Se proprio Renato Curcio le ha sapute scovare, ordinare, introdurre, spiegare, motivare, raccontare, vendere, non è colpa sua.

Per una volta, la “folla fredda” è restata fuori.

Dentro, quella (provvisoriamente) “calda”, speriamo non si raffreddi.

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