SAN BENEDETTO DEL TRONTO – Riportiamo alcuni passaggi del libro “Ultraviolenza” di Diego Marottini (BradipoLibri 2004), che trattano della vicenda della morte del tifoso genoano Vincenzo Spagnolo, avvenuta il 29 gennaio 1995 ad opera di Simone Barbaglia, 19enne che apparteneva al “Gruppo Barbour“, abituato a partecipare alle trasferte del Milan senza bandiere e sciarpe, in modo da mimetizzarsi tra i tifosi di casa e quindi agire.

Il “Gruppo Barbour” era composto da una sessantina di elementi e, quel giorno, a Genova, era alla ricerca di un gesto eclatante (ma non l’omicidio) che suscitasse clamore nei media e fra la tifoseria milanista, in modo che i “Barbour” salissero nella considerazione delle “Brigate Rossonere”, il principale gruppo di ultras milanisti. L’ideologo del gruppo era Carlo Giacomelli, soprannominato “il chirurgo” per la sua familiarità con le armi da taglio, 31 anni.
Spagnolo, però, reagì inusualmente (Barbaglia era armato di coltello). Di seguito il resoconto delle dichiarazioni di Barbaglia al p.m. Massimo Terrile.

«L’idea di farmi vedere da Carlo scappare e di dimostrargli che non avevo abbastanza coraggio mi era insopportabile… se mi fossi fermato e avessi estratto un coltello avrei dato a Carlo una dimostrazione del mio coraggio. E io, all’opinione di Carlo ci tenevo».

Diego Mariottini prosegue scrivendo che «tuttavia accadde l’imprevisto, come se il copione non venisse in qualche modo rispettato. Vincenzo Spagnolo invece di arretrare avanza e fa scattare in Barbaglia l’odio per quella persona che sembra privarlo del suo momento di gloria e che lo costringe a usare il coltello. Per questa ragione – ed è proprio qui che scatta nel ragazzo il “click” omicida – il tifoso del Genoa di fronte a lui è il nemico, e come tale va fatto fuori».

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