GROTTAMMARE – Dispiace, ancora oggi, non ritrovare il nome di Giacomo Pomili, in arte il Tarpato, nel novero degli artisti marchigiani del Novecento. Tutte le iniziative, finora portate avanti, non hanno reso il giusto e decoroso riconoscimento a questo pittore, che della sua Grottammare ne ha fatto ragion di vita e di pennello, elevandola da piccolo incasato a monumento della memoria. Una memoria, che di anno in anno si rinnova, grazie alla dinamica sensibilità di coloro, che continuano a tenere vivo il suo ricordo, con la pubblicazione di un calendario artistico.

Quello del 2007 è tutto dedicato alle “donne“, un tema molto caro e più volte indagato dal pittore: ritratti, in cui affiorano “reverenza ed alcuna retorica“, per dirla con le parole della scrittrice Silvia Balestra. Alla presentazione, che si è tenuta presso il Teatro dell’Arancio, sono intervenuti, oltre alla sorella e alla nipote del Tarpato, il fotografo Dino Cappelletti, autore delle riproduzioni, gli sponsor, la giornalista Tiziana Capocasa, il critico d’arte Cesare Caselli, l’Assessore alla Cultura Enrico Piergallini, la scrittrice Silvia Balestra e il Sindaco Luigi Merli. Durante l’incontro, confortato da un caldo e lirico intervento di Caselli, esposto con ruggente affettuosità, è stata strappata una promessa: la realizzazione di un Museo del Tarpato in due sale sottostanti al Teatro, da compiersi entro l’inizio del 2008. Dovuto.

Le ragioni, per non tenere ancora nell’ombra il nome e la pittura del Tarpato, sono molte e chiare. Tra le tante, una – in modo speciale – mi sembra sia particolarmente preziosa: la straordinaria originalità. Per quanto, poi, nella sua produzione siano evidenti i richiami, forse inconsapevoli forse no, all’arte dei grandi maestri – Picasso, Cezanne, Matisse, Chagall…- la sua pittura non può essere stretta da vincoli o schemi interpretativi e limitata da qualche nominazione, accademica, di stile.

È unica; è – soprattutto – sua. È una “pittura totale”, che rimane illesa e distante dal circuito dei dibattiti o dei virtuosismi artistici e culturali. Guardare un quadro del Tarpato significa scivolare pian piano dentro un mondo gremito di simboli del vissuto, che liberamente si mescolano a pure visioni fantastiche. I suoi paesaggi racchiudono un piccolo mondo, intimo e personale, in cui Giacomo ama raccontare, con primitiva vitalità e spontanea espressività aneddotica, il suo quotidiano, i suoi affetti, la sua religiosità, i suoi desideri, gli angoli e le leggende del suo paese. Sono preziosi microcosmi, affollati di ricordi e di invenzioni; una geografia di sentimenti, dove la realtà viene riscritta attraverso lo slancio della fantasia.

La narrazione pittorica del Tarpato si svolge su un piano assolutamente emotivo e sentimentale e le sue immagini sono il frutto di istintive intuizioni, in cui l’idoleggiamento infantile ed onirico compenetrano nel reale. Le sue tele, così, diventano il luogo delle “verità interiori”, animate da una lirica rappresentazione del mondo, e restituiscono a noi spettatori, nella pienezza dei dettagli e nella gioiosa armonia dei colori, l’intatta bellezza della nostra terra.

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