SAN BENEDETTO DEL TRONTO – Ancora una volta una femme fatale. Ancora una volta Isabelle Huppert.

Capelli raccolti, occhi lucidi dietro un paio di occhiali e guanti rossi che rovistano avidamente in cassetti e armadi sono il simbolo della determinazione di un magistrato che si districa tra i furbetti del quartierino d’oltralpe. Con un unico obiettivo: naufragare chi si crede inaffondabile. Per lei i rettilinei annoiano e la routine deprime poiché l’ambizione è tutto. Ma la fermezza sul lavoro rende spesso impermeabili alle emozioni della vita privata. Marito e moglie diventano ombre che si incrociano in un appartamento sorvegliato. Lo spettro della follia e della morte è dietro l’angolo.

Dopo Rien ne va plus e Grazie per la cioccolata, Claude Chabrol esalta la sua musa ispiratrice in un film il cui titolo francese (L’ivresse du poivoir – L’ebbrezza del potere) descrive perfettamente il modello di piacere che si agita sui gradini di ogni scalata sociale.

Il tema della politica entra nel gioco ma solo per rendere l’idea di ciò che è ripugnante e ambiguo: Isabelle Huppert affermerà che c’è tanta immondizia a destra e a sinistra e per questo che se la sbrighino loro. 

Occhio all’ossessione visiva di Chabrol: lasciare la macchina da presa sfinire il proprio viaggio dietro il vetro di finestre, porte, automobili. Per prendere distanze da tutto ciò che rimane sospeso tra finzione e realtà, intangibile ma comunque visibile.

Uno dei più apprezzati registi di Francia, da quasi cinquant’anni, continua a fissare sul grande schermo storie verosimili, prive di furbizia, ma con la chiarezza delle immagini e dei dialoghi, senza tradire mai quei principi cinematografici che ne hanno fatto, insieme a Truffaut e Godard, uno dei padri della Nouvelle Vague.

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