ACQUAVIVA PICENA – Usanza tipica dell’antica civiltà rurale ed artigiana che ha caratterizzato, per diverse generazioni, il territorio piceno, dal mare ai monti, quella delle fochere è una tradizione che, nonostante la modernità, continua ancora a sopravvivere in parecchi centri del nostro entroterra.

Fra essi Acquaviva Picena dove la locale Associazione Pro Chiesa San Francesco, presieduta da Delio Camela, in collaborazione con l’Amministrazione Comunale ed altri sodalizi cittadini, per festeggiare al meglio il santo patrono del paese, ha organizzato, per martedì 5 dicembre, alle ore 21:30, la “Fochera di San Niccolò”. Cornice che ospiterà la pia pratica, la piazza antistante la chiesa parrocchiale.

Dopo il sacro, spazio anche al profano: agli intervenuti sanno offerti fava n’greccia, punch, vin brulé e dolci vari. Per ristorare anima e corpo.

Vescovo, nella seconda metà del IV secolo, della città di Myra (antico nome di Demre, sita nella Licia, nell’attuale Turchia), venerato e dalla Chiesa cattolica e dalla Chiesa ortodossa, San Niccolò da Bari è patrono dei bambini, ragazzi e ragazze, scolari, farmacisti, mercanti, naviganti, pescatori, profumieri, bottai, nonché delle vittime d’errori giudiziari e degli avvocati. Conosciuto prevalentemente come Santa Claus (o Klaus), in Italia è noto anche come San Nicola (o Niccolò) da Bari, dal nome della città pugliese che, dall’XI secolo, ne custodisce le spoglie. È all’origine della figura di Babbo Natale, perché era solito fare regali ai poveri.

Secondo la tradizione, aiutò tre ragazze che non potevano sposarsi per mancanza di dote, gettando, per tre notti, sacchetti di denaro dalla finestra nella loro stanza. Per questa ragione è venerato dalle donne nubili.

Festeggiato il 6 dicembre, è solitamente raffigurato con il bastone pastorale e tre sacchetti di monete (o anche tre palle d’oro). Dal XVII secolo è considerato il benefattore dei bambini: da allora esiste, in molti paesi europei, l’uso di mettere, la sera del 5 dicembre, gli stivali fuori della porta di casa, affinché il santo possa riempirli di noci, mandarini e biscotti. Questa costumanza è osservata anche nel nostro Paese a Trieste, Bari e in tutto l’Alto Adige.

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