SAN BENEDETTO DEL TRONTO – Lo scrittore francese Emmanuel Carrère attinge dal suo romanzo La moustache (1986) per esordire sul grande schermo con “L’amore sospetto”, film la cui versione italiana del titolo tradisce la vera anima dell’opera.

Prima di recarsi ad una festa Marc (Vincent London) decide di tagliarsi i baffi. Né la moglie Agnès (Emmanuelle Devos), né gli amici si accorgono del cambiamento. Scherzo o pazzia? La crisi d’identità tormenta Marc a cui resta una sola via d’uscita: la fuga. Destinazione Hong Kong. Troverà se stesso?

L’impalpabile confine tra come vediamo noi stessi e come ci vedono gli altri rende fragili certezze consolidate laddove il mondo esterno nulla ti concede. L’affermazione della propria identità diviene l’unica vera angoscia, prima della paranoia e della solita fuga dalla realtà. L’io viaggia alla ricerca delle proprie coordinate spazio-temporali perché la prova di un’esistenza ha bisogno di indizi tangibili.

La spirale del dubbio crea tensioni ed ansie che pulsano come un cuore dentro il film e la mano del regista è l’abile guida che disegna un percorso perverso che corrompe lo spettatore seducendolo con la raffinatezza della recitazione. Ma nell’elegante labirinto di ambiguità manca sempre l’ultimo passo: la scatola dei segreti resta tale poiché nel buio è difficile individuarne la combinazione.

Il bel gioco di Emmanuel Carrère ricorda molto il cinema dell’austriaco Michael Haneke (ricordate le inquietanti videocassette di Niente da nascondere?) laddove il cerchio si stringe attorno al rapporto tra Occidente ed Oriente, tra ordine e caos, abbandonando lo spettatore senza risposte, sospeso tra sogno e realtà. Come dentro un film.

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