Prosegue il viaggio di Serena D’Angelo alla scoperta del Perù: di scena l’incredibile ma efficace sistema di di trasporto pubblico di Lima. Da Piceno News

LIMA (Perù) – Dopo i primi giorni di rodaggio, vissuti da turista “occidentale” con macchinetta fotografica alla mano e taxi come unico mezzo di trasporto, saluto i caschi bianchi in partenza ed inizio il “mio” Perù. Cartina e tanta voglia di capire come funziona qui a Lima sono gli strumenti per muovere i primi passi in questo labirinto. Per fortuna che a fine novembre ci sono le elezioni municipali: la città è tappezzata di manifesti elettorali con su i volti di candidati sorridenti (alcune pose ricordano vagamente immagini di “casa nostra”) ed il nome del “distrito” in cui concorrono, fondamentale per capire dove mi trovo. Come farò quando smantelleranno tutto?

Venerdì 27 ottobre è il mio primo giorno di lavoro. La coordinatrice della organizzazione che mi ospiterà, Rosario Narvaez, Charo per gli amici, viene a prendermi in macchina. Mi spiega la strada per arrivare in ufficio e mi introduce agli altri membri come «Sirena (mai nessuno che lo pronunci esattamente, eppure è un nome così facile…), la chica italiana que nos apoyerá por un año».

L’ambiente mi piace da subito, sembra molto stimolante e propositivo. Ho una scrivania ed un montón di libri da leggere per capire cos’è Aprodeh (nome dell’organizzazione in cui lavorerò) e di cosa si occupa.

Quando ero in Italia mi sentivo un po’sotto pressione all’idea di dovermi inserire, per la prima volta, nell’ambiente di una ONG peruviana: l’ostacolo della lingua, il timore di non essere all’altezza del ruolo assegnatomi. Ora che sono qua, questi aspetti passano in secondo piano, la preoccupazione principale è divenuta un’altra: come arrivo in Jirón Pachacutec n° 980, visto che ho già dimenticato le istruzioni di Charo? La risposta si chiama Combi.

Si tratta di un mini-bus, o meglio di un sistema di mini-bus tutti colorati con scritte, sulla fiancata, alcune delle principali avenidas che percorrono. Oltre ad essere stracolme di gente e ad essere realmente “micron” (che è poi l’altro nome con cui vengono chiamate), catturano l’attenzione per la presenza di un omino particolare (a volte anche donna). Questo signore trascorre tutto il viaggio sulla “porta”: sale, scende, farfuglia parole a me ancora incomprensibili, invita i passanti a saltare su, fa i biglietti e ogni tanto, durante il tragitto, scambia con altri “omini” particolari dislocati sui marciapiedi 20 centesimi di Soles (moneta locale) con rapide informazioni. Mah…

La mia prima avventura in Combi la vivo con Paolo, il mio coinquilino. Cerchiamo di capire quella giusta (sì, perché la combi è femminile) per la nostra destinazione; a volte l’omino dà informazioni sbagliate per accaparrarsi più clienti, quindi dobbiamo fare attenzione. Per orientarci, cerchiamo le corrispondenze tra il percorso segnalato sulla cartina e le vie che ci corrono davanti agli occhi.

Tra un sobbalzo e l’altro non è facile leggere fuori dal finestrino, soprattutto se sei un po’ alto (fortunatamente non è il mio caso) e devi piegarti in due per evitare il contatto col soffitto.

Ci siamo, al suono delle parole «Baja!Baja!» capiamo che dobbiamo scendere e siamo quasi spintonati fuori. Si va di fretta nelle Combi, in parte per le distanze da coprire e in parte per battere la concorrenza: che mondo affascinante.

Il sistema è incredibile. Dopo giorni di intenso studio, ho scoperto chi ne sono i protagonisti e che ruolo giocano. Un grande imprenditore compra dieci “combi” e le dà in affitto, ognuna ad un autista e ad un “omino” che insieme formano una “società”. Il loro scopo è quello di fare più clienti delle “combi” che percorrono lo stesso tragitto. E come fanno? Facile, chiedono agli “omini” dislocati sui marciapiedi (i quali annotano in un taccuino tutti gli orari delle Combi che passano loro davanti), quanti minuti di ritardo hanno nei confronti dei concorrenti. Se il distacco non è così grande, l’autista accelera e cerca di superare il rivale per rubargli i clienti.

Per questo sembra sempre di essere all’interno di una lavatrice.

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