Chi gli ostelli li ha un po’ frequentati, sa che i più fascinosi e indimenticalbili sono quelli vicini o addirittura sull’acqua. Emblematico il vascello bianco di Stoccolma, stabilmente ormeggiato (ormai quasi cementato) all’Isola dei Musei. Ma ognuno ricorderà i suoi: quelli disordinati francesi un po’ legione straniera, quelli svizzero-tedeschi dall’aria di convitto, quelli familiari e accecanti delle isole greche. Quelli avventurosi da cui scappare la mattina, quelli universitari dove non si studia, quelli popolari di città che non è detto che spendi poco.

Facile ospitalità per pubblico di tutte le età. E in ostello ti senti (abusivamente) più giovane, come all’età della vespa viaggiare in treno per Vienna col biglietto CTS.

Tutto per dire che se a San Benedetto, colpevolmente, un ostello (della gioventù) manca, si farebbe presto a rimediare giacché – oltre al mare, ingrediente magico dicevo, e ai museetti che nei dintorni penano – abbiamo bell’e pronta la struttura ideale: la Capitaneria di porto.

Grande, forte, nuova, seppur coscienziosamente pallida. Ad est affacciata sul porto, voilà. Centrale. Assolata. Duecento posti letto 1-2 stelle vista mare o collina. A 22 euro per notte (come in Svezia), non parrebbe un affare alla sambenedettese, se non per la vitale riscoperta di una specie da queste parti estinta: il viaggiatore-non-turista.

Saccopelisti, intellettuali, studenti, ciclisti, viaggiatori di treno e di pullman. Quelli che in tasca un libro una penna una mappa, che non ti affrontano in bergamasco o napoletano, che – per curiosità e per indole, per conoscere e per parlare – invece di imprigionarsi negli chalet salgono su un peschereccio o al paese alto. Che, evitata Porto d’Ascoli, sciameranno per colline. Che amano il blues, il fado, la taranta, il gelato-al-limon. Quelli che non strillano, che poco si intendono di calcio, che (pur vestendo un po’ sbagliati) non entrano bavosi da Coltorti, che non trangugiano in mostra aperitivi da 5 euro, che non applaudono ai funerali, che non si sganasciano alla prima di Panariello. Quelli che non hanno bisogno di parcheggio. Quelli che nelle notti bianche dormono.

L’Ostello della Capitaneria calamiterebbe gente così, gaia e pensante, dall’aria corsara, di vitalità anarchica, amanti di gatti, parlatori di lingue…

Certo, bisognerebbe decisamente cambiarle aspetto, orribile corpaccione da malaugurata procellaria gigante. Un energico artistico lifting.

Chi meglio del nostro decostruttivista Enzo Eusebi – autore del restyling dell’ex Gabrielli-Alberghiero – le toglierebbe la patina d’Elbonia e quel gelo di banca, per caricarla d’architettura, di colore?

Infine, niente barbatrucchi amministrativi per il burocratico ma riscattante “cambio di destinazione”: da invalicabile (inutile) gabbia militare a libero ostello.

Ma che aspettiamo?

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