(da Riviera Oggi numero 619 del 6 marzo 2006)

SAN BENEDETTO DEL TRONTO – La situazione legislativa italiana sul gioco d’azzardo ha del paradossale. Sebbene vietato da 4 articoli del codice penale (artt. 718-722), il gioco d’azzardo è di fatto tollerato in 4 casinò nel nord Italia: Campione d’Italia, San Remo, Venezia e Saint Vincent. I primi tre sono stati istituiti tramite appositi decreti legge risalenti agli anni del fascismo. Quello di Saint Vincent risale invece al 1946. Tutti e quattro i decreti hanno dunque avuto validità per più di sessanta anni senza un’espressa deroga al codice penale. L’anomalia è stata notata anche dalla Corte Costituzionale, con sentenze del 6 maggio 1985 e del 22 maggio 2001.
Se si arriverà alla legge sul gioco d’azzardo San Benedetto potrebbe ospitare un casinò, in quanto Comune iscritto all’A.N.I.T. (Associazione Nazionale per l’Incremento Turistico ) dal 1999. Questa associazione fra Comuni nasce nel 1969 ed è l’ente che con più forza si batte per una regolamentazione del gioco d’azzardo. Raggruppa 20 località a vocazione turistica che vogliono ospitare una casa da gioco.
Nella nostra città operano il “Comitato per il Sì” presieduto dal direttore provinciale della Confcommercio Giorgio Fiori e un “Comitato per il no” presieduto dal dottor Claudio Cacaci, nati rispettivamente nel 2002 e nel 2003.
Nel corso degli anni si è visto che a San Benedetto l’essere pro o contro il casinò è un atteggiamento trasversale all’appartenenza politica. San Benedetto infatti è entrata nell’A.N.I.T sotto l’amministrazione Perazzoli e il “Comitato per il sì” è stato formato sotto l’amministrazione Martinelli, che ha speso quasi 2000 euro annui per le sue attività. Ad entrare in gioco, più che le convinzioni politiche, sono le diverse opinioni sul rendiconto economico, oltre che considerazioni di ordine etico. I contrari fanno leva sulle possibili patologie da “gioco compulsivo” e sui suoi disastrosi risvolti sui singoli e sulle famiglie (truffe, usura, suicidi). Una situazione di degrado che sarebbe anche un ideale brodo di coltura per criminalità di ogni genere.

I favorevoli invece ritengono che il gioco d’azzardo esiste già in forme sommerse (casinò online, bische clandestine, videopoker truccati) e che andrebbe regolamentato proprio per evitarne i risvolti patologici.
Le due parti inoltre non concordano sull’eventuale beneficio all’indotto turistico della città. Sul sito web dell’A.N.I.T si può leggere una proposta di legge che indica come andrebbero divisi i proventi delle case da gioco, affidate su concessione a imprese private: 50% al Comune con vincolo di destinazione a investimenti nel turismo e nel sociale, 25% alla Regione per finanziare opere pubbliche e il resto allo Stato.

Creazione di posti di lavoro, destagionalizzazione dell’offerta turistica, stimolo per il rinnovo delle strutture ricettive. I contrari rispondono argomentando come le località italiane non abbiano bisogno del “gioco” per attirare turisti, date la straordinarietà e la varietà delle risorse del territorio. I guadagni verrebbero compensati da un crescente disagio sociale. I “malati del gioco” continuerebbero a frequentare bische clandestine perché queste accettano qualsiasi genere di contropartite. E poi, concludono i contrari, i benefici economici per la collettività sarebbero effettivamente possibili solo se i casinò fossero gestiti direttamente dai Comuni, invece che in mano ai privati.

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