SAN BENEDETTO DEL TRONTO – «Si annuncia un pomeriggio carico di angosciosa attesa e tensione», riferiva Daniele Mauro nel servizio di stamane. E infatti nel pomeriggio così è stato.

L’arrivo in porto alle 15,30 del motopesca Giulio Primo con a bordo le reti recuperate del Rita Evelin è apparso quasi come una beffa al cospetto delle centinaia di parenti, amici, colleghi e connazionali tunisini in attesa sulla banchina del molo nord. C’è chi urla: «Basta prenderci in giro».

«Le reti sì e i corpi ancora no», mormora altra gente, di fonte al comandante del Giulio Primo che a suo dire si trincera dietro «l’ordine di non parlare», neanche per rispondere alla più elementare delle domande: «Ma là a 20 miglia, com’è il mare? Possibile che sia tanto mosso da non consentire ancora il recupero, mentre dal porto oggi si è vista una calma piatta?». E con riferimento a un’intervista al Tg Marche, rilasciata domenica mattina da un ufficiale della Guardia Costiera, altri si chiedono: «Perché si prende tempo addirittura fino a martedì?».

Poco più in là numerosi marittimi tunisini protestano in coro, molti in uno struggente dialetto sambenedettese imparato in anni e anni di navigazione in Adriatico: «Per quelli, la barca affondata, le reti e i corpi dei nostri compagni sono la stessa cosa. Anzi, se dopo 18 giorni ora si sono preoccupati di recuperare prima le reti, significa che di Francesco, Luigi e Ounis gliene importa ancora di meno».

C’è voluto il ritorno sulla banchina del sindaco Giovanni Gaspari e del vice-comandante della Capitaneria di Porto Luigi Piccioli, per far parlare finalmente il comandante del Giulio Primo, terminata la lunga e pietosa operazione di scarico e di sequestro giudiziario della rete e di tutto il materiale accessorio recuperato sul fondale dove è ancora adagiato il relitto del Rita Evelin con i corpi dei tre marittimi.

«Fino a 7 miglia il mare è calmo come lo vedete qui, ma poi, man mano che si va al largo, è mosso con onde alte oltre un metro che non permettono al pontone AD3 di operare». La gente prende questa affermazione del comandante del Giulio Primo come una fredda “versione ufficiale” e incalza. «Ma allora perché da Giulianova e da altri porti stanno uscendo le lampare?». Come si sa, le lampare possono pescare solo se il mare è in bonaccia e si spingono anche a 20, 25 miglia al largo. «Ma come, le lampare di 3-4 metri sì; e un pontone di 60 metri per 20, assicurato saldamente sul fondo con almento 4 ancore, invece no?». «Pescare non è la stessa cosa che tirare su un relitto», è la sbrigativa risposta.

Intanto il sindaco telefona all’armatore e chiede chiarimenti. «Vedremo di fare il possibile», pare sia stata la risposta. Risposta che i più considerano evasiva. «Allora fatti valere, mettiti la fascia tricolore, salta su una nostra barca e vai a vedere tu cosa sta succedendo, se è vero quello che ci raccontano», gridano a Gaspari quelli che lo attorniano. «Questa situazione si deve risolvere al più presto», promette infine il sindaco.

Cala così il diciottesino tramonto sul mare che continua a trattenere a 80 metri sul fondo un peschereccio affondato e tre lavoratori rimasti intrappolati con esso. E domani – lunedì 13 novembre – è un altro giorno: il 19°.

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