SAN BENEDETTO DEL TRONTO – «Ero un po’ quello che Chimenti rappresenta per la Samb». Peppino Pavone, ora direttore sportivo rossoblu, parla così della sua esperienza con la maglia della Cavese. Cinque stagioni nella valle metelliana, cinque annate da protagonista.
Vi arrivò all’età di 31 anni, era l’estate del 1981, con la Cavese fresca di promozione in serie B. Lui aveva alle spalle le esperienze con le maglie di Inter (nel ’78 coi nerazzurri vinse la Coppa Italia), Foggia, Pescara e Taranto. Mister Santin, allora sulla panchina dei campani, lo trasformò da tornante in regista. Alla fine Pavone collezionò 160 presenze in campionato – 9 i gol – e quindi 29 gare di Coppa Italia.
«Trascorsi annate stupende – continua il diesse rossoblu – Ero quello che si dice un vero veader, fuori e dentro il campo. Anche a Taranto portai la fascia di capitano, ma a Cava fu diverso. C’era un gruppo fantastico, eravamo tutti amici e i compagni avevano grande fiducia in me. In più ero un punto di riferimento per la società. Ottenemmo subito buoni risultati, tanto che l’anno successivo finimmo nelle primissime posizioni (sesti, nda), andammo persino a vincere a San Siro, contro il Milan, accarezzando, anche se solo per un attimo, il sogno della promozione in serie A».
Uno degli anni più belli di sempre della storia degli aquilotti. Quanto a lui, archiviate le cinque stagioni in biancoblu, inaugurò a Foggia, con Casillo, la carriera da dirigente. «Ma Cava resta un bellissimo ricordo. Non ci sono tornato più a lavorare, eppure dimenticare quegli anni è impossibile».
Domenica al Riviera, presente (la Samb) e passato (la Cavese) del diesse di Barletta si troveranno di fronte. «E’ un match difficilissimo per noi – spiega Pavone – Certo, siamo in un buon momento, ma la Cavese è una buona squadra, nonostante le dichiarazioni di facciata puntano in alto. Non sono cambiati granchè rispetto all’anno scorso, hanno un gruppo quindi che si conosce e gioca a memoria. Questo è un campionato difficile ed equilibrato: con tre partite sei in paradiso, con due sconfitte ripiombi nel baratro. Quindi concentrazione massima».
Intanto lei, dopo le critiche di inizio stagione per una campagna acquisti che pareva deludente – fermo restando che prima di emettere giudizi definitivi occorre attendere ancora un po’ – si sta prendendo una bella rivincita. La Samb da due domeniche gioca e convince.
«Qui non si tratta di prendersi delle rivincite. La squadra sta crescendo pian piano, all’inizio è normale che si soffrisse. Quando si imbocca la strada del ricambio generazionale si va incontro a dei rischi. Poi il discorso è sempre lo stesso: ci vuole coraggio, perchè se non arrivano i risultati, come ci è capitato, giù con le critiche da parte di stampa e tifosi. Le pressioni sono forti e il più delle volte le società si lasciano prendere la mano tornando sui propri passi. Tutti vogliono fare il massimo con poco, però poi bisogna avere la forza di perseverare».
«Questa alla Samb è la mia ennesima scommessa – continua Pavone – nel corso della mia carriera ne ho fatte tante, Foggia in primis, sapevo che sarebbe stato difficile. Ma ci sono abituato, sin dalla mia prima esperienza pugliese abbiamo un po’ cambiato il modo di pensare di chi faceva calcio. In che modo? Dando fiducia a giocatori provenienti dalle serie minori? Ora è meno forte, ma in passato c’era la convinzione che in A e in B potessero starci solo giocatori di pari categoria. E invece non è così: molti giocatori bisogna vedere in che contestano agiscono e a chi li dai».
E a proposito di “manico”: quanto ha inciso il cambio di allenatore, Ugolotti per Calori, nella “metamorfosi ottobrina” rossoblu?
«In questi discorsi preferisco non entrare. Dico solo che siamo cresciuti, ribadendo che le qualità ci sono e possiamo migliorare ancora».

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