dall’edizione del 28 settembre del Mattino
SALERNO – Un saluto a Franco Del Mese, un abbraccio a Salerno, che definisce calda e passionale come poche altre piazze in Italia.

La Salernitana, ma anche la città, è rimasta nel cuore di Peppino Pavone che domenica torna «in verità non ho ancora deciso, a me piace guardare le altre squadre» all’Arechi da avversario. Con quella Sambenedettese che non sta andando proprio benissimo, come tiene a precisare il diesse ex granata: «Squadra giovanissima, con obiettivi minimi. Gli sforzi societari in estate sono serviti soprattutto ad evitare il fallimento. Poi ci si è messo un calendario impossibile ad aggravare i problemi. Ma la fiducia rimane intatta, anche se contro questa Salernitana è veramente dura».

Un po’ come lo era ai tempi della sua Salernitana: giocare contro quella di Delio Rossi, ad esempio, non era affatto comodo. Qui i ricordi di Pavone sono conditi dalla gioia ma anche dalla rabbia: «Fummo accolti tra lo scetticismo generale – ricorda il diesse – qualcuno ci accusò d’aver fatto diventare la Salernitana la Primavera del Foggia. Invece il campo ci diede ragione con una squadra giovane che regalò spettacolo. Ma già che ci siamo mi piace ricordare anche due altre squadre alle quali ho lavorato: la Salernitana di Vannini e quella di Simonelli. Erano due laboratori a cui mancò solo la buona sorte».

Gli è rimasta nel cuore Salerno, nonostante la rabbia per la retrocessione da quella serie A conquistata con sacrificio e persa malamente. Pavone ha il suo perché: «Ci fu molto scetticismo all’inizio, come in altre circostanze a Salerno. Eppure avevamo costruito una squadra forte: Tedesco, Di Vaio, Zoro, Gattuso, Song, Di Michele. Proprio l’arrivo di quest’ultimo creò i primi problemi. Venne detto che dovevo fare un favore al Foggia. Non lo nego, il favore fu fatto, ma a beneficiarne fu soprattutto la Salernitana vista l’annata di Di Michele. Ebbene quell’ansia iniziale ci fece perdere terreno e punti importanti che, diversamente, sarebbero serviti per una salvezza che era nelle nostre corde. Volevano calciatori esperti, gente già fatta, dimenticando che il calcio è un gioco d’insieme dove si corre e l’esperienza non corre. Cito Salerno perché è della Salernitana che parliamo, ma è un esempio che calza per tutte le piazze del sud, Foggia compresa dove ho speso una vita». Parla anche, e volentieri, della Salernitana attuale Peppino Pavone. E inizia la sua analisi partendo da Raffaele Novelli un tecnico che vede un po’ figlioccio suo: «È un po’ una nostra creatura, un emergente che ha idee e sa applicarle al calcio. Credo che il migliore acquisto della Salernitana sia proprio l’allenatore, sempre che la fretta dell’ambiente non faccia commettere errori. La Salernitana ha tutto per arrivare a fine corsa da prima della classe, ma la gente è disposta ad attendere il frutto di un lavoro che non può maturare senza i tempi giusti? La domanda che si devono porre i tifosi granata è proprio questa, perché l’organico è di primo piano e non ha nulla da invidiare alle altre formazioni del girone».

Sembra quasi una resa incondizionata in vista della partita di domenica. Pavone smentisce che sia così: «Finora abbiamo giocato male soltanto la gara con il Lanciano, per il resto anche perdendo, la nostra figura l’abbiamo fatta. Proveremo anche domenica a creare qualche difficoltà alla Salernitana anche se è difficile. Mi ripeto, siamo giovanissimi e dobbiamo crescere in fretta. E le due cose non si sposano come dovrebbero». Prima dei saluti Pavone parla del suo futuro: un’altra tappa a Salerno lo intriga: «Perché no, a patto che non ci sia la smania di fare tutto e subito: il calcio sta cambiando e servono idee fresche e gente affamata. Rivedo in Novelli questi concetti e questo spirito. Sì, dipendesse da me un’altra corsa con la Salernitana la farei più che volentieri. Ma domenica siamo nemici».

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