SAN BENEDETTO DEL TRONTO – Tonino Armata è il presidente del Movimento cittadino per il Partito Democratico e negli ultimi giorni ha diramato alla stampa un testo intitolato “Elementi per una democrazia partecipata”. Il suo scopo dichiarato è stimolare una riflessione collettiva su quella che reputa la forma di democrazia di cui la nostra società ha bisogno, una forma “radicalmente nuova” di partecipazione e di rappresentanza.

Armata parte dall’assunto che le attuali forme di governo democratico, affermatesi come democrazie neoliberali, non possono reggere la sfida con il mondo globalizzato nato dopo il 1989 con la fine dei due grandi blocchi politici. La rete globale di flussi finanziari, le corporation multinazionali, le banche e il potere del marketing sono «soggetti che facilmente sono in grado di permeare le democrazie rappresentative, promuovendo i propri obiettivi come se fossero quelli della società civile». Le tecnologie della comunicazione, da quelle classiche fino alle nuove, favoriscono l’acculturamento di strati sempre più ampi della popolazione ma, secondo Armata, concorrono a generare quello che chiama il mercato totale, pervasivo a tal punto da indurre una serie di bisogni e servizi che finiscono per ridurre in sudditanza la popolazione mondiale.

Sul versante macro ci sono le oligarchie globali (nell’economia, nell’informazione, nella guerra), che canalizzano la ricchezza e creano un mercato sopranazionale che porta con sé tutta una serie di distorsioni. Armata prende in prestito dallo storico Fernand Braudel la nozione di antimercato, una sorta di sistema volontariamente extraconcorrenziale che approfitta dell’attuale debolezza degli stati-nazione per incrementare il proprio vantaggio. La sfida lanciata da questi gruppi di potere si trova davanti un campo spianato ma, afferma Armata, è possibile riportare l’antimercato nel mercato. Una effettiva e condivisa democrazia partecipativa può contrastare questo potere apparentemente incontrollato e restituire al cittadino un modello di lavoro accettabile, la creatività individuale, la possibilità e la voglia di esprimere lo spirito artistico, l’ingegno, le fedi religiose e politiche.

Purtroppo, afferma Armata, «i tradizionali istituti dei partiti politici, in buona misura avulsi dalla società civile e sempre all’affannosa ricerca di consenso e di risorse economiche, necessarie per mantenere le proprie elefantiache strutture, sono anch’essi ormai estremamente vulnerabili al ricatto finanziario, alla manipolazione e alla corruzione». Però ci sarebbe anche una inaspettata domanda di partecipazione che sale dalla società civile: «Partecipazione e condivisione della conoscenza del perché e del come si governa il Bene Pubblico; partecipazione alla deliberazione sulle tematiche che concernono l’impiego e la salvaguardia dei beni comuni, come il territorio, l’acqua, la mobilità, le risorse energetiche, lo stesso libero mercato; alla decisione sui soggetti e sui progetti ai quali destinare le risorse economiche sovrabbondanti». Questa domanda di democrazia e di economia partecipativa finora si è esplicata in piccole realtà locali (dai movimenti di solidarietà alle Banche del Tempo in cui le persone sostituiscono lo scambio in denaro con lo scambio di attività, servizi e saperi, fino all’attuale filosofia informatica dell’Open Source) e secondo Armata dovrebbero confluire in un movimento politico nuovo, reticolare e trasparente, libero dal burocratismo e dall’arrivismo.

Utopia? Secondo Armata no, visto che traccia anche le linee guida di questo progetto. «L’organizzazione sarà come il buon frutto dell’implementazione di questa miriade di rapporti di solidarietà e di partecipazione, rete di rapporti eterocentrici e non egocentrici, né eterodiretti… Una rete così costruita e auto-organizzata non si presterebbe facilmente ad essere manovrata dall’alto, come farebbe il pescatore allo scopo di catturare il più gran numero di pesci – una metafora del politico che cerca il consenso della maggioranza degli elettori». Il governo degli enti locali, secondo Armata, avrebbe bisogno di un riesame del ruolo di garanzia del consiglio (comunale, provinciale, regionale), organo di rappresentanza di tutti gli elettori che però spesso rimane implicato nelle logiche di partito. L’elezione diretta dei sindaci sarebbe solo un piccolo rimedio a questo scollamento fra popolo e amministrazione.

Rimane difficile capire come si possa giungere alla “partecipazione totale dei cittadini al governo della cosa pubblica” evitando inopportune derive populistiche. Come può inserirsi una realtà di questo genere in un sistema istituzionale complesso? Siamo sicuri che ci sia effettivamente questa domanda collettiva di partecipazione e che, al contrario, non esista invece un senso di allontanamento dalla politica istituzionale? Come evitare la quasi inevitabile svolta verticistica all’interno di un movimento dal basso? Non sarebbe più opportuno pensare la domanda di partecipazione politica come punto di arrivo di una dinamica ancora in embrione, invece che come dato di fatto innegabile? Pur non mostrando questi dubbi, nella chiusura del suo intervento Armata mostra consapevolezza di un fatto importante: «Uno dei passaggi per il raggiungimento di questo obiettivo, mi sembra ovvio, sta proprio nel rivalutare il sistema scolastico, nel riqualificare i mezzi di apprendimento, nel formare l’individuo che esca dalla massa in virtù del suo pensiero: solo così la democrazia potrà dirsi effettivamente partecipata».

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