SAN BENEDETTO DEL TRONTO – Dopo le polemiche per la presunta incomprensione delle opere della sezione “Aviaria” della Biennale Adriatica di Arti Nuove, abbiamo fatto il punto con il direttore artistico Luigi Maria Perotti.

Davvero San Benedetto non apprezza l’arte contemporanea?

«Se devo sincero, dal numero di persone che son venute all’inaugurazione non mi sembra proprio! A detta di tutti, è stata una bellissima serata d’arte. La Biennale Adriatica di Arti Nuove riporta sulle nostre spiagge lo storico dilemma dell’arte contemporanea. Dalle “merda in scatola” di Manzoni alle tele tagliate di Fontana, a Picasso, Duschamp, l’arte comunica ironizzando su stessa. È il suo compito, la sua unica strada da quando, grazie all’invenzione della macchina fotografica, l’artista è riuscito a svincolarsi dall’obbligo di raccontare la realtà».

La gente però vorrebbe capire e spesso l’arte non è del tutto comprensibile.

«Capire l’arte significa metterci un po’ d’impegno e con i ritmi della società di oggi, non è facile trovare il tempo giusto per riflettere. Spesso ci fermiamo a vedere qualcosa ma non ci chiediamo il perché di quella cosa e facciamo la cosa più semplice: la distruggiamo. Per fare in modo che i visitatori capiscono, ogni installazione esterna è fornita da un adeguato apparato che spiega tutto. Per la serie, che per comprendere… bisogna solo aver voglia di leggere una decina di righe!».

Gli angioletti rubati, la scultura all’ex camping tanto contestata, l’attacco contro la coca cola… le polemiche non vi hanno risparmiato!

«Ma se serve ad aprire un confronto sull’arte, ben vengano le polemiche! Contagiare significa arrivare a far porre delle domande, aprire un confronto, un dibattito cittadino su cosa è arte e cosa non lo è. Ascoltare persone che al bar o in spiaggia impiegano parte del loro tempo discutendo di arte è una gioia indescrivibile. Ho fatto e rifarei “qualsiasi cosa” per riuscire in questo! Che senso avrebbe avuto altrimenti chiamarsi “Contagio?”».

Quindi vale il discorso “purchè se ne parli”?

«In linea di principio no. Ma l’arte è come una specie protetta e per lei valgono altre regole. Se ti domandi se questa è arte, significa che hai assunto posizione e sei disposto a confrontarti. Se non lo fai abbiamo perso tutti. Senza ironia, perché in effetti, potrebbe sembrare un’affermazione maliziosa, io sono grato a chi ci critica perché pone delle domande.

In che senso?

«Parliamo di Gazabout il lavoro di Walter Visentin, all’area ex camping. Walter è un artista dal percorso interessantissimo, che ha già lavorato in istituzioni importanti come il Castello di Rivoli a Torino. A mio modo di vedere, la sua opera ha un estetica contemporanea fortissima. Walter ha lavorato sulla memoria sambenedettese recuperando i mobili che gli abitanti portavano in ricicleria per costruire una spazio fuori da tempo proprio in riva a quel mare che da sempre è la vocazione e fonte di prosperità di San Benedetto. All’inizio non è stato capito, le persone vedevano la struttura, non leggevano le spiegazioni e non capivano. Solo grazie alle polemiche siamo riusciti a spiegarlo in maniera così esauriente».

In effetti si fa un gran parlare della biennale. State contagiando un po’ tutti. In bene o in male poco vi importa, da quello che ho capito…

«Io non sarei così pessimista. Penso che alla fine, questa biennale abbia un’intensità molto forte. Sono tantissimi i giovani che vengono in palazzina, molti addirittura da fuori. Repubblica, il Manifesto, Ventiquattro, il supplemento culturale del Sole 24 ore ci hanno fatto delle bellissime recensioni, The art newspaper di Londra ci ha dedicato spazio, l’agenzia spagnolo effe ha battuto la notizia del manifesto di Patrick Hamilton su Guantanamo e San Benedetto è apparsa in tantissime testate del Sud America. La biennale guarda avanti, San Benedetto pure, sono fiducioso che lo si possa fare benissimo insieme. E poi le sorprese non sono finite».

Il contagio è appena iniziato.

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