SAN BENEDETTO DEL TRONTO – Proseguono gli “Incontri con l’autore” promossi dalla libreria “La Bibliofila” inseriti nel cartellone di manifestazioni estive “Scenaperta” dell’amministrazione comunale. Ieri sera era il turno della giornalista di “la Repubblica” Emanuela Audisio, che ha presentato il suo ultimo libro “Il ventre di Maradona. Storie di campioni che hanno prestato il corpo allo sport”. Il dibattito è stato alimentato da Mimmo Minuto e Antonella Roncarolo.

La Audisio, insieme al collega di testata Gianni Mura, è una delle massime rappresentanti di un giornalismo sportivo fatto in punta di penna, capace di estrarre spunti di letterarietà dalla cronaca delle gare e incline a uno stile evocativo e denso di riferimenti culturali. Allieva del mitico Gianni Brera, dal quale dichiara una pur trasversale discendenza («anche se veniamo da generazioni e atmosfere culturali molto diverse», dichiara la Audisio), si è cimentata in un’opera composta di saggi dedicati a campioni di sport diversi che ha conosciuto personalmente e professionalmente. I calciatori Diego Armando Maradona, George Best e David Beckham, i piloti Ayrton Senna, Alex Zanardi e Valentino Rossi, il pugile Angelo Iacopucci e la tennista Chris Evert. Ma anche miti di epoche più lontane, dei quali ha indagato le testimonianze e le scie storiche (i pugili Sonny Liston e Primo Carnera e il ciclista Ottavio Bottecchia).

Il filo rosso del libro è il corpo del campione, il suo essere crocevia di aspirazioni e risentimenti collettivi, la sua aura di mito effimero e pienamente estetico. Il corpo enorme di un Primo Carnera, così diverso dalla sua gente al punto da sublimarne le pulsioni di espansione minate dal virus della dittatura, il corpo belloccio e altamente mediatico di un David Beckham, che vive la sua nemesi sportiva nell’ultimo mondiale fra i malcelati piaceri di chi lo odia per invidia, il corpo anzi il fegato di un George Best, il corpo non acculturato del pugile Sonny Liston, che vive una mezza apoteosi fra i gessati della Casa Bianca che continuano a guardarlo con il timore del disprezzo.

Il corpo dello sportivo, dice la Audisio, vive sotto la luce dell’effimero ed è esposto ai capricci di un attimo unico e irripetibile. «I campioni non possono disporre di aiuti tecnici nel momento della verità, non hanno truccatori che nascondono la ruga notata all’ultimo momento né hanno l’ausilio della ripetizione. Sono soli così come era solo Roby Baggio in quel maledetto rigore di Pasadena».

L’attimo sportivo, aggiungiamo noi, è sublime proprio in quanto irripetibile. Nella sconfitta di Roby Baggio vi è forse un alone di gloria platonica che si può cogliere distogliendo gli occhi dal filo continuo della narrazione storica per portarli sulla discontinuità propria della dimensione del mito. Anche se, opinione personale, occorrono occhi di bambino per cogliere pienamente questa dimensione mitica in uno sport sempre più prono al dio della moneta e sempre meno disincantato.

Comunque, dice la Audisio, i corpi dei campioni sono «ascensori su cui possono salire in tanti». Cosa succede quando l’ascensore si rompe? L’autrice cita il ventre di Maradona come metafora del peso della gloria sportiva; «non è un caso che per rendere di nuovo rappresentativo il corpo del campione si è dovuti intervenire chirurgicamente quando aveva raggiunto i 130 chili di peso, quei 10 centimetri di intestino che gli sono stati asportati sono la metafora del peso della gloria».

Ci sono singolari coincidenze nelle narrazioni che ci offre il mondo dello sport, «che si possono notare senza per forza dover tirare in ballo qualche forma di causalità o di destino». Il libro della Audisio parte dalla figura di Ayrton Senna e termina con la figura di Alex Zanardi. Il primo, campione dagli occhi struggenti e dalla passione quasi mistica per la velocità, affermava spesso di avere visioni divine alla guida dei bolidi di Formula 1 e di sentire la sua anima staccarsi dal corpo prima di ogni partenza. Il secondo, campione di volontà e tenacia capace di riprendere a correre dopo un incidente che lo ha privato degli arti inferiori, è il simbolo della grandezza dello sport, «capace di restituire ciò che ti ha tolto crudelmente».

Copyright © 2017 Riviera Oggi, riproduzione riservata.
(Letto 685 volte, 1 oggi)