SAN BENEDETTO DEL TRONTO – Come già si era detto, fra le novità dell’edizione 2006 della Biennale Adriatica Arti nuove, è il Premio Internazionale di Videoarte. La rassegna si terrà presso il giardino della Palazzina Azzurra nei giorni 6, 19, e 20 agosto. In questo ultimo giorno scopriremo anche il vincitore fra i 15 finalisti.

I finalisti sono stati scelti da una commissione, formata dal direttore artistico Luigi Maria Perotti, i curatori del BAAN Antonio Arevalo e Cristiano Seganfreddo, il presidente della Mediateca Regionale delle Marche Stefano Schiavoni ed il critico d’arte Mario Savini.

La selezione avrebbe dovuto portare a soli 10 finalisti, ma l’alta qualità dei lavori pervenuti ha portato e stimolato a portare il numero a 15. Il vincitore avrà in premio in denaro di 2.000 euro, il premio Mediateca Regionale delle Marche (consistente nella produzione di una futura opera di videoarte) e la Menzione Speciale Valerio Capponi.

Ed ecco i finalisti: Treadmill di Katia Bassanini (Svizzera), Girotondo di Rosanna Benvenuto (Italia), 4ever young di Giulia Brazzale e Luca Immensi (Italia), Made in Italy di Adriano D’Angelo (Italia), Satan eats Seitan di Luca Lumaca (Italia), My fears II di Macro (Italia), INgiro di Luca Manes (Italia), The soldiers di Miltos Michailidis (Grecia), Quasi-Objects/cinematic04 di Lorenzo Oggiano (Italia), zeroazero di Matteo Peterlini (Italia), I di Andrea Piunti (Italia), Sandwichman di Studio X (Italia/Spagna), Musical Fantasy Light di Danilo Torre (Italia) , B-same di Antonello Giuseppe Valenti, Red Carpet di Manuela Viera Gallo (Cile).

La videoarte. Spesso quando si pensa all’arte non si pensa alla televisione – e quindi al video – e viceversa. Ma non è sempre e propriamente così. Da una parte la tv nasce come medium culturale e dall’altra l’arte è essa stessa cultura. Nel 1952 all’interno del Manifesto della televisione – uno degli ultimi manifesti dello Spazialismo, mandato in onda durante una trasmissione sperimentale della Rai di Milano e firmato anche dall’artista Lucio Fontana – si poteva leggere: Noi spaziali trasmettiamo, per la prima volta nel mondo, attraverso la televisione, le nostre nuove forme d’arte, basate sui concetti dello spazio (…). Ci sentiamo gli artisti di oggi, poiché le conquiste della tecnica sono ormai a servizio dell’arte che professiamo. (…) Per noi la televisione è il mezzo che aspettavamo per dare completezza ai nostri concetti.
Fra il 1958-59 Wolf Vostel inserisce nei suoi decollage schermi e trasmissioni televisive. Sta iniziando la videoarte. La punta massima in cui si collocano le prime opere di videoarte si hanno negli anni ’70, anni di rivoluzione, gli artisti si ribellano al consumismo, all’economia artistica. C’è un forte interesse fra le relazioni che si possono instaurare fra arte e tecnologia, i convegni su questi temi sono sempre più numerosi. Iniziano gli eventi di performance e di body-art – che sono per definizione effimeri, momentanei. Ed entra in gioco la videoarte, che riprende queste arti concettuali.

Nam June Paik – uno dei primi grandi artisti a riconoscere la potenzialità della tecnologia video, scomparso nel gennaio di questo anno – nel 1974 dichiarò che odiava i media, ma che con l’avvento della videocamera portatile era finalmente possibile fare con quegli stessi strumenti qualcosa di diverso.

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