ACQUAVIVA PICENA – «Date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio» è proprio il caso di dire.

Episodio poco noto della storia del paese, a fine ’700 la giacobina Acquaviva fu conquistata dagli insorgenti, capeggiati dal brigante Sciabolone, che la misero letteralmente a ferro e fuoco, le cui fiamme raggiunsero anche l’archivio comunale.

È giunto di recente in redazione un comunicato del Circolo Culturale ‘6 luglio 1799’, associazione che trae nome dalla data in cui gli insorgenti locali, fedeli al Papa, liberarono la cittadina dalle truppe napoleoniche, che avevano invaso la penisola in nome degli ideali della Rivoluzione francese. Nella nota si mette in discussione quanto riportato sulla targa affissa, a ricordo dell’evento, ad una parete esterna della restaurata chiesa parrocchiale, intitolata a San Niccolò da Bari. Argomenti contestati, l’arma che ha lasciato l’impronta sul muro del tempio e il grado militare di Sciabolone.

«Giuseppe Costantini, detto ‘Sciabolone’ e non ‘Il Brigante’ – sostengono i membri dell’associazione – non era né generale né brigadiere, ma capitano».

Inoltre, «da una ricerca in materia d’armi d’epoca e da conoscenze personali deduciamo che è considerato archibugio un pezzo d’artiglieria minuta con canna di ferro che, dopo l’invenzione della polvere da sparo, subentra all’arco ed alla balestra e viene usato per tirare piccoli proiettili e passatoi». Di conseguenza, «dato il piccolo calibro, il tiro impreciso di tale arma non poteva in nessun modo sfondare il portone, sicuramente di legno massiccio ed andare a frenare la sua corsa sulla parete della chiesa, creando l’impronta ben visibile».

Gli stessi ritengono più verosimile quanto riportato da Amedeo Crivellucci, illustre storico locale, nel libro Una Comune delle Marche, che essi citano:

«Avevano i briganti due cannoni, che, secondo si narra, sarebbero stati puntati contro il forte dalla strada della madonna di S. Giacomo, sotto il campo della fiera; i difensori uccisi o messi in fuga i cannonieri, avrebbero fatto una sortita, per prendere e portare in fortezza i cannoni, ma, a cagione del terreno ripido e del pericolo di esser sorpresi, avrebbero dovuto rinunziare all’impresa. Secondo le Memorie di Acquaviva, i due cannoni furono invece adoperati dai briganti, e molto più accortamente, per abbattere le porte del paese, asserragliate le quali, essendo il paese chiuso d’ogni parte, e d’ogni parte di difficile accesso, avrebbero i briganti avuto a superare difficoltà immense, per penetrarvi. Ma essi furono aiutati anche, secondo una tradizione probabile, dagli amici, che avevano dentro le mura, dai quali sarebbero stati introdotti per la finestra di una casa vicina alla Porta Vecchia. E per questa porta difatti buon numero di essi penetrarono. Con una cannonata aprirono la Porta da Sole, che mette sulla piazza (il proiettile, sfondata la porta, andò a colpire la parete della chiesa, ove è visibile ancora l’impronta che vi lasciò), e tutto il paese fu presto in loro balìa».

«Non essendo a tutt’oggi – concludono – stata ancora evidenziata l’irregolarità della targa (non dell’evento, che non contestiamo), invitiamo chi di dovere a correggere la stessa oppure a smentirci con pertinenti basi storiche e tecniche».

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