Tsotsi ha 19 anni e vive in una baraccopoli nella periferia degradata di Johannesburg, in Sudafrica, con un passato doloroso che affiora da alcuni flashback.

Tsotsi, letteralmente ‘gangster’, è il soprannome che gli è stato dato nel ghetto in cui vive. Nonostante la giovane età, è già a capo di una piccola banda di malviventi. Una sera, dopo aver bevuto troppo, inizia a vagare per le strade in preda all’alcool e ai fantasmi del passato.

Senza rendersene conto, giunge in un quartiere di benestanti, spara ad una donna fuori dalla sua casa e le ruba l’auto. Dopo pochi metri il ragazzo realizza che nel sedile posteriore c’è un bimbo di soli 3 mesi: preso dal panico, perde il controllo dell’auto…

Tsotsi (Sud Africa, 2005) è incentrato su un dramma sudafricano ispirato dal libro omonimo dell’autore e drammaturgo Athol Fugard. Ciò che appare è un Sudafrica, scenario di conflitti generazionali, caratterizzato dai problemi sociali e dal riaffiorare di una violenza antica e di drammi mai risolti.

La denuncia del film somiglia a quella di “Un mondo a parte? o “Grido di libertà? entrambi manifesti anti-Apartheid, ma anche ai microcosmi infernali delle favelas e dei sobborghi di tante società governate dal potere che legittima l’esistenza di mondi emarginati.

La colonna sonora è ricca di brani di musica hip-hop dei ghetti sudafricani con un mix orchestrale che elabora con abilità alcuni cori africani. Sicuramente un film interessante che ha il merito di ricordare a società distratte la maledizione di tali particolari strati sociali.

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