Quando fu annunciato che per le elezioni del 2006, il leader del Centrosinistra sarebbe stato ancora una volta Romano Prodi, ricordo il disappunto: ma come, sono passati dieci anni, e le forze progressiste in Italia non sono state capaci di trovare un nuovo leader?
Ora si capisce meglio perché D’Alema, Veltroni, Rutelli, Bertinotti e soci hanno riaffidato le loro sorti al professore di Bologna: non avevano scelta. Solo Prodi, in effetti, puó riuscire a tenerli uniti. Infatti l’ex manager di Stato quota DC, non é solo colui in grado di attrarre elettori ancora paurosi dei “rossi”, come aveva già fatto nel ’96, ma é oggi soprattutto forse l’unico in grado di tener ferme alla responsabilitá del governo forze cosí diverse.
Persino Berlusconi, che in campagna elettorale diceva che Prodi era solo una maschera per nascondere un centrosinistra spaccato, ora sembra ricredersi e a denti stretti ammette di temere che «questi possono durare cinque anni. Il potere li unisce».
Già, il potere ha effetti calmanti anche sulle teste più calde, e Prodi sembra in effetti l’unico nel centrosinistra in grado di mantenerle al fresco nella stanza dei bottoni. Nella lista dei ministri, che il professore ha annunciato che saranno pochi ma buoni, ci troveremo ovviamente qualche tecnico competente perché c’é tanto da fare e in fretta, ma prima di accettare le scommesse su quanto potrá durare bisognerá guardare alla distribuzione delle cariche per capi e capetti di partito.
E oltre che alle poltrone di ministro, bisognerá osservare attentamente la scelta dei sottosegretari. Più teste da raffreddare si troveranno al governo, e piú chance potrebbe avere il professore.
Comprendiamo quindi la necessità che avrá Prodi di rimpinzare il suo esecutivo con esponenti anche dell’ala piú estremista della sua alleanza. L’unica cosa che ci auguriamo – per il bene dell’Italia e dei suoi interessi nel mondo – è che almeno nei ministeri degli Esteri e della Difesa, il professore non esageri troppo.
Nel governo infatti, ci saranno non uno ma due partiti comunisti, quello pesante di Fausto Bertinotti e quello in crescita di Oliviero Diliberto. Se ricordate, il secondo, chiamato Comunisti italiani, è appunto una costola di Rifondazione comunista che si staccò perché non condivise nel ’98 l’affondamento di Prodi ed entrò a far parte del governo D’Alema.
In un recente intervento sull’International Herald Tribune, l’ex ambasciatore Richard Gardner, ha detto all’America di non preoccuparsi: «Prodi and the leaders of the coalition of reformed Communists and moderate democrats that will form the main element in his government are not anti-American, even though most of them are anti-Bush». Ma è proprio cosí, non ci saranno antiamericani ma al massimo qualche anti Bush nel governo di Roma?
Per l’ex ambasciatore di Carter, «Unlike the Euroskeptic Berlusconi government, Prodi will try to promote a common European foreign policy and a credible European military capability… These Italian attitudes deserve understanding from a Bush administration used to enthusiastic Italian support for every U.S. initiative. After all, Italy’s center-left has demonstrated before that it can work with the United States for good causes. When he was prime minister in the late 1990s, Massimo d’Alema of the Democrats of the Left, although a former Communist youth leader, gave loyal support to the NATO military campaign to terminate Serbia’s ethnic cleansing in Kosovo».
Ecco che qui crediamo che Gardner, come altri osservatori, sia un po’ troppo ottimista. Infatti ai tempi di D’Alema, ricordiamoci che Rifondazione non faceva parte del governo. E i comunisti che ne facevano parte di quel governo, non fecero mancare alcuni episodi significativi. Ricordiamo per esempio quando Paolo Guerrini, sottosegretario alla Difesa in quota appunto ai comunisti italiani, nel febbraio del 2000, nell’incandescente “dopoguerra” della crisi del Kosovo, durante lo scambio di accuse tra generali della NATO e Milosevic, ecco che da viceministro di un paese NATO determinante, egli andava contro le dichiarazioni dei suoi generali e ricalcava alla lettera le dichiarazioni del leader serbo, dando tutta la colpa agli americani per «la violenza dell’Uck sui serbi».Quel pezzo lo intitolammo: «Ma l’Italia fa parte del patto di Belgrado?»
Per questo quando Prodi dovrà fare le sue necessarie scelte, speriamo che tenga conto di certi rischi. Non perché la sua politica estera debba essere come quella di Berlusconi, comprendiamo certe differenze che egli sente il bisogno di dover imprimere.
Ma facendolo, questa dovrebbe comunque difendere sempre gli interessi dell’Italia, dell’Europa, della Nato, e mai quelli di Pechino, di L’Avana, di Caracas, e chissá magari, a causa di quel vizietto anti-americano, pure di Theran.

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