ANCONA – Melomani in strada la prossima settimana, per seguire la tournée nelle Marche del più grande violinista vivente, il lettone Gidon Kremer, che rende omaggio a Dmitri Šostakovic (1906 – 1975), nel centenario dalla nascita, eseguendo il Concerto n. 1 in la min. per violino e orchestra op. 77 (scritto a Mosca nel 1947-48 per il maestro di Kremer David Ojstrach, che però poté tenerlo a battesimo solo il 29 ottobre del 1955, durante il periodo del “disgelo” seguito alla morte di Stalin. Il debutto ebbe luogo presso la Sala Filarmonica di Leningrado con la famosa orchestra locale diretta da Mravinskij).
Kremer è accompagnato in esclusiva per l’Italia dall’Orchestra Filarmonica Marchigiana (www.filarmonicamarchigiana.com), diretta dal suo direttore principale ospite Woldemar Nelsson. Nella seconda parte del concerto l’orchestra eseguirà la suite da L’Uccello di fuoco op. 20 di Stravinskij.
I concerti nelle Marche sono tre, tutti con inizio alle 21. Prima serata martedì 2 maggio al Teatro delle Muse di Ancona (tel. 071.52525). Mercoledì 3 al Teatro dell’Aquila di Fermo (a cura della Gioventù Musicale d’Italia. Biglietteria del teatro: tel. 0734.284295), giovedì 4 al Teatro Rossini di Pesaro (a cura dell’Ente concerti. Biglietteria del teatro: tel. 0721.387621).
Lo stesso programma verrà contemporaneamente affrontato da un talento emergente di grande estro e personalità, il violinista russo Anton Barakhovsky, secondo il seguente calendario: venerdì 28 aprile, ore 21.00, al Teatro La Fenice di Senigallia; sabato 29 aprile, ore 21.00, al Teatro L. Rossi di Macerata; venerdì 5 maggio, ore 21.00, al Teatro Pergolesi di Jesi.
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Stretto fra l’indignazione dei critici staliniani che lo accusavano di eresia e di decadentismo morale e le pressioni dei dissidenti e degli occidentali che gli rimproveravano il servilismo politico di molte sue opere a carattere celebrativo, Šostakovic ebbe un giorno a rispondere: «Io ho la mia musica, ed è parecchia, ed è in base a quella che la gente dovrebbe giudicarmi».
Il
Primo Concerto per violino di Šostakovic è articolato in quattro movimenti invece dei tre del concerto canonico. È concettualmente diviso in due aree poetiche contrapposte e intrecciate: il primo movimento si riconnette idealmente al terzo entro una stessa dimensione lirico-contemplativa dai toni a volte lugubri, a volte rischiarati da una pallida luce ultraterrena – connessione che si stabilisce anche a livello formale poiché la cadenza, tradizionalmente collocata alla fine del primo tempo, è significativamente spostata da Šostakovic alla fine del terzo.
Così l’aspra natura umoristico-grottesca del secondo trova un nuovo terreno di sviluppo nel quarto. Parallelamente, sortendo un analogo effetto di straniante ambiguità, il discorso musicale si sdoppia fra le forme “oggettive” codificate dall’antica tradizione (la passacaglia del terzo movimento) e quelle libere e “soggettive” della modernità (la cadenza solistica che conclude la stessa passacaglia), mentre lo stile e il linguaggio espressivo appaiono continuamente oscillare fra il pathos tardo romantico – una certa gestualità melodica ereditata da Cajkovskij si intreccia a suggestioni espressionistiche di stampo mahleriano – e la dissonante, lacerata politonalità novecentesca.
Intensi i momenti del concerto in cui Šostakovic medita intorno al tema della morte. Il trasfigurato “
morendo” del violino nelle zone sopracute fra il cristallino tintinnio della celesta e dell’arpa che conclude il Notturno iniziale si riconnette ellitticamente, dopo le grottesche allucinazioni dello Scherzo, alla lunga, emozionante estasi lirica del III movimento, costruito da Šostakovi? in base all’antica forma barocca della Passacaglia, dove una melodia di basso si ripeteva continuamente uguale a se stessa mentre le voci superiori le imbastivano intorno le loro trame variate.
Dopo l’intenso culmine espressivo raggiunto dall’oscillante massa sonora verso la metà del movimento, le vie parallele e indipendenti dell’orchestra e del violino iniziano a divergere progressivamente in direzioni opposte: l’orchestra, come un flebile coro di morti, si affossa sempre più verso il basso adagiandosi sul lugubre rintocco del timpano fino a spegnersi completamente, mentre il violino, staccandosi sul clinamen dell’ultima ripetizione del basso, inizia lentamente la sua ascesa verso gli spazi siderali, fino a perdersi nella solitudine spaventosa e insieme inebriante di una sterminata cadenza solistica.
È come la premonizione di un estremo saluto al mondo per il quale, però, non è ancora giunto il tempo. L’estatico dondolio si trasforma infatti, a poco a poco, in un fremito di agitazione che scuote sempre più violentemente il violino facendolo volare in su e in giù come un
“uccello di fuoco” impazzito. Poi, ancora una vertiginosa impennata e infine lo schianto contro l’onda violenta della vita terrena, che lo trascina via travolgendolo in mezzo al folle, allucinato trepak dell’ultima Burlesca.
L’Uccello di fuoco op. 20 di Stravinskij, composto come musica di balletto per la compagnia di Diaghilev fra il novembre 1909 e il 18 maggio 1910 e in seguito più volte rielaborato in forma di suite – la versione qui proposta è quella del 1945, la cosiddetta Ballet Suite, con l’esclusione, come consuetudine nei concerti, delle pantomime e del pas de deux.
Nato da un soggetto dello stesso Diaghilev ispirato a fiabe popolari russe, il balletto inscena la vicenda del giovane principe Ivan, il quale, dopo aver catturato e poi liberato un magico Uccello di fuoco, vince con il suo aiuto il malvagio Katscei distruggendone gli incantesimi e conquistandosi l’amore di una delle principesse che lo stregone teneva prigioniere.
L’universale entusiasmo per L’Uccello di fuoco seguito allo strepitoso successo del debutto all’Opéra di Parigi la sera del 25 giugno 1910, grazie al quale Stravinskij ottenne fama internazionale, nacque dalla geniale naturalezza con cui il giovane compositore, allora ventisettenne, riuscì a convogliare in un punto, reinterpretandole in una forma personalissima, le più diverse tendenze estetiche dell’epoca (Debussy fu il primo, tra i grandi musicisti presenti la sera della prima, a complimentarsi calorosamente con Stravinskij salendo addirittura sul palco dell’Opéra durante gli applausi finali).
Da un lato, ad un principio costruttivo unificatore di natura drammatica rappresentato, in perfetta sintonia con lo spirito fiabesco della vicenda, dalla contrapposizione fra cromatismo e diatonismo come simboli rispettivamente del Male e del Bene; dall’altro ad una nuova concezione – questa sì tipicamente stravinskiana – del ritmo e del fraseggio musicale, la cui dirompente forza innovatrice rispetto alla tradizione si manifesta soprattutto nella straordinaria Danza infernale di Katscei.
Ne risulta una nuova, moderna concezione dello spazio musicale che nella sua visione pre-cubista apre prospettive di sviluppo prima impensabili. La via verso l’imminente rivoluzione epocale della Sagra della Primavera è già tracciata.

D. Šostakovic (Pietroburgo, 1906 – Mosca, 1975)
Concerto n. 1 in la min. per violino e orchestra op. 77
I. Notturno (Moderato)
II. Scherzo (Allegro)
III. Passacaglia (Andante) – (Cadenza)
IV. Burlesca (Allegro con brio)

I. Stravinskij (Lomonosov, 1882 – New York, 1971)
L’oiseau de feu (L’uccello di fuoco): suite dal balletto op. 20
I. Introduzione
II. Preludio e danza dell’Uccello di fuoco
III. Variazioni (Uccello di fuoco)
IV. Scherzo: Danza delle principesse
V. Rondò (chorovod)
VI. Danza infernale
VII. Berceuse
VIII. Inno finale

Violino Gidon Kremer / Anton Barakhovsky – Direttore Woldemar Nelsson – Orchestra Filarmonica Marchigiana

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