SAN BENEDETTO DEL TRONTO – Studio e lavoro. Non esistono statistiche ufficiali, registri che tengano il conto degli studenti sambenedettesi fuori sede, che una volta laureati restano a lavorare nelle città delle rispettive sedi universitarie, in Italia e qualche volta all’estero. Ma è certo che si tratta di un numero in aumento nel corso degli anni: almeno in proporzione al numero sempre più elevato di quelli che proseguono gli studi.
Un fenomeno noto ad ognuno per i casi di amici o parenti e che solo in parte viene drenato dall’apertura di corsi universitari in Riviera, come quello triennale in “Economia, marketing e gestione d’impresa? aperto dall’Università Politecnica due anni fa, che pure ha già attirato centinaia di studenti. O come i corsi triennali in biologia dell’Università di Camerino, presso la ex Gil. Altre città come Fermo hanno da poco istituito corsi di ingegneria. Medicina ed altre facoltà sono presenti e nelle Marche e in Abruzzo. Tutte iniziative che tentano di riportare la “mobilità passiva? degli studi a livelli “fisiologici?, e di evitare l’emigrazione definitiva – per percentuali forse oggi a due cifre – di universitari fuori sede. Fenomeno dovuto anche alle opportunità che offre il territorio di San Benedetto: limitate per forza di cose o ritardi culturali di privati ed enti pubblici. Motivo per cui a “sostituire? chi se ne va sono gli immigrati cosiddetti “extracomunitari?, spesso per lavori “tradizionali?, meno spesso per posti qualificati.
Ritardi? Da notare, per esempio, come in Italia ci si attardi sulla intramontabile pratica della raccomandazione: che neppure è percepita come una piaga: come la peste o il tifo di un tempo.
Così, mentre all’estero accettano su basi meritocratiche gli “esuli? italiani, da noi non manca la consacrazione della televisione: una bella trasmissione in prima serta dal titolo “I raccomandati?. Per altro verso ci portiamo avanti con il lavoro: di fronte agli scioperi e agli incidenti in Francia per un provvedimento come il “Contratto di primo impiego? (infine ritirato), le forme contrattuali previste dalla legge 30 in Italia sono più di quaranta. Si torna ad una società dickensiana? E una volta raggiunta questa “terra promessa? si continuerà a chiedere più flessibilità?

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