NEW YORK – La prima tornata elettorale dell’Italia globalizzata passerà alla storia per il suo forte dinamismo, ma anche per i difetti strutturali dello strumento usato: il voto per corrispondenza. Le cifre – ufficiali e non – parleranno con voce ambigua per molto tempo. Diamo qui un sommario del sondaggio condotto dall’Inias fra il 3 e il 6 aprile per America Oggi.
Il campione di 300 elettori dagli Usa e dal Canada, sparso in 27 Stati, scelto con criteri strettamente statistici, rappresenta circa l’uno per mille dell’elenco degli elettori iscritti all’Aire distribuito dal ministero dell’Interno ai candidati. I nostri dati si riferiscono agli Usa e al Canada, ad esclusione dell’America Centrale.
Prima osservazione: nonostante diversi “call-back? per elettore assente, abbiamo potuto raggiungere e intervistare telefonicamente solo metà del nostro campione. Questo fatto rende meno precisi i risultati ottenuti. Siccome la ricerca non era né un “exit poll?, né una ricerca sulla “intenzione di voto?, il suo valore non consiste nel poter predire chi vincerà la competizione, vista la comprensibile reticenza della maggior parte degli elettori nell’indicarci le scelte effettuate. Quello che la nostra ricerca mette in luce è la qualità poco democratica dello strumento elettorale scelto: il voto per corrispondenza.
Seconda osservazione: l’esercizio e la “gestione? del voto hanno assunto un carattere tipicamente “familiare?. La maggior parte delle famiglie dei nostri intervistati dicono di aver ricevuto da 1 a 4 schede elettorali ciascuna. Il 65% degli intervistati ci assicura che il plico è stato rispedito. Se fosse vero, ciò indicherebbe una impressionante partecipazione, che però non è corroborata dai dati provenienti dalle varie giurisdizioni consolari (per esempio in quella di New York hanno votato in poco più del 33%).
Possibili spiegazioni:
1. il numero di plichi inviati dai consolati non corrisponde a quello dell’elenco elettorale distribuito ai candidati (nella sola giurisdizione consolare di New York il plico è stato spedito solo a 53.000 degli 80.000 elettori elencati);
2. non tutte le famiglie hanno effettivamente rispedito la scheda, ma credono che l’ ?incaricato? lo abbia fatto;
3. le schede sono state rispedite, ma con ritardo, e sono pervenute al consolato fuori tempo utile (le ore 16 di giovedì 6 aprile).
Il ruolo giocato dall’ ?incaricato? di famiglia (il gatekeeper) è cruciale. Paradossalmente, metà delle signore più anziane intervistate non sapevano se e per chi avevano votato, perchè «ci ha pensato mio marito….».
In un caso particolare (una parentela di 30 votanti) il patriarca intervistato è stato molto sincero: «…al voto ci ho pensato io, perchè, parliamoci chiaro, qui comando ancora io!».
Una forte percentuale (23%) degli intervistati si lamenta di non aver ricevuto il plico, nonostante siano cittadini italiani, debitamente iscritti all’Aire, come abbiamo potuto verificare. Come mai e in base a quali criteri questi cittadini sono stati “disenfranchised?? Una cittadina italiana di Toronto che non ha ricevuto il plico si lamentava che ha cercato di mettersi in contatto con il consolato per una settimana intera, ma la linea telefonica e il fax del consolato erano continuamente “busy?.
D’altra parte almeno l’1% degli intervistati inclusi nella lista Aire (indirizzo errato?) non hanno cittadinanza italiana, ma hanno ricevuto ugualmente il plico. Avranno votato?
Come detto sopra, la maggior parte degli intervistati si sono appellati a «il voto è segreto» per giustificare la loro riluttanza a indicarci le loro preferenze. Ma una piccola percentuale è stata più ardita e ha fatto nomi. Berlusconi è stato menzionato 10 volte, seguito da Prodi (7 volte), Casini (2), Turano (2), Bucchino (2), Coco (1), Canciani (1), Mignone (1).
Ma il giudizio più diffuso suggerisce una grande delusione: «I candidati sono per lo più gente… sconosciuta».
Eppure la maggior parte degli elettori è stata inondata da un mare di propaganda, volantini, telefonate pre-registrate, messaggi radio e televisivi. Nella stragrande maggioranza dei casi gli elettori hanno giudicato questo materiale come perfettamente inutile e lo hanno cestinato. Solo pochi di loro ricordavano il nome del mittente. Al contrario, due fonti di informazioni sono state particolarmente apprezzate, specialmente in Canada, la Rai e le istruzioni scritte ricevute dal Consolato. Ma molti facevano presente che questo materiale andava mandato «molto tempo prima» per essere veramente utile.
Contrariamente alla ipotesi avanzata ad una nostra precedente ricerca, a detta degli intervistati il fattore associazionistico non pare abbia avuto un ruolo preponderante nel loro voto. Circa un quarto dei nostri intervistati dice di appartenere a un club o a una associazione italiana. Ma, stando a quanto ci dicono, la maggior parte di questi club e associazioni non si sono schierati esplicitamente a favore di particolari candidati e/o partiti. Tutti gli intervistati fanno presente che in ognuno di questi club e/o associazioni regna una grande diversità di opinioni e preferenze.
Valeva la pena, quindi, estendere il voto agli italiani all’estero? Una notevole percentuale (15%) dei nostri intervistati pensa che il voto è stato un errore, perchè tra chi sta in Italia e chi sta all’estero c’è ormai poco in comune e i rispettivi interessi sono divergenti.
Il voto ha una valenza positiva per molti a secondo della disponibilità, dell’interesse e della volontà di seguire più da vicino la complicata scena politica italiana. Tipiche risposte dei meno entusiasti: «Ma chi c’ha tempo…». «Ma questi, cosa fanno per noi…». «Ma a noi non interessa, dobbiamo andare a lavorare tutti i giorni…».
Ciononostante, la maggior parte degli intervistati si lamenta del modo in cui finora gli italiani della diaspora sono stati trattati. In particolare si lamentano delle pensioni mai ricevute, del fatto di dover viaggiare in Italia senza assicurazione sulla salute, della mancanza di servizi Rai (Canada), dei servizi consolari scadenti e della disfunzionalità dei Comites («Non sanno fare niente…»).
Questa la critica più forte di un emigrato in Canada da 48 anni: «Cosa ha fatto l’Italia per noi? A noi ci hanno venduti!». In alcuni casi abbiamo avuto l’impressione che gli elettori avessero avuto paura di perdere la cittadinanza se non avessero esercitato il loro diritto al voto. La maggior parte degli intervistati si è mostrata disponibile all’intervista, senza offrire molta resistenza. Notevoli differenze sono emerse tra gli elettori Americani e Canadesi.
I Canadesi, oltre al fatto di costituire un elettorato molto più giovane di quello americano, appaiono più aggiornati e interessati alla vita politica italiana. Dalle risposte ricevute stimiamo che la partecipazione al voto degli italo-canadesi supererà almeno di quindici punti percentuali quella degli italo-americani.
Mentre abbiamo notato una notevole correlazione tra livello di età e di informazione degli elettori e la loro disponibilità a rivelare i loro orientamenti politici, tra i più anziani abbiamo percepito un senso di vergogna sia per la poca familiarità con le dimensioni del momento politico, sia per la loro ignoranza di come, perchè e per chi hanno votato. Una condizione di quasi sonnambulismo politico/elettorale.
A conclusione della ricerca, grazie specialmente all’astuta analisi di una nostra collaboratrice (e mia ex-allieva) Mary Ann Re abbiamo identificato quattro tipi di elettori:
a) l’elettore maturo, che apprezza l’opportunità di mantenere attraverso il voto i legami culturali, emotivi e civici con la terra d’origine;
b) l’elettore opportunista che usa il voto nella speranza di ottenere qualcosa dalla terra d’origine (pensione, viaggi agevolati, servizi consolari, borse di studio per i figli, ecc., o che vota par la strana paura di perdere la cittadinanza…);
c) l’elettore cinico («Ma scherziamo? L’Italia non sa come prendersi cura dei suoi cittadini e si appoggia a noi? È un casino!»);
d) l’elettore disfattista. «Come possiamo votare intelligentemente, dato che siamo così lontani, culturalmente e geograficamente? Il nostro voto non ha significato».
Purtroppo quest’ultima risulta una categoria molto numerosa.
Conclusione. Nonostante il suo innegabile valore politico e civico, il voto degli italiani all’estero presenta notevoli zone d’ombra e manchevolezze che potevano essere anticipate ed evitate se il governo avesse gestito questo momento storico con maggiore competenza, professionalità ed impegno. Comunque sia, è innegabile che in questa occasione migliaia di nostri cittadini hanno avuto l’opportunità di riscoprire la loro identità e di fare un passo avanti nella creazione dell’italiano “globalizzato?.
* Il Prof. Rocco Caporale è Direttore dell’Inias, l’Institute for Italian-American Studies di New York. Ha curato questo sondaggio in collaborazione con Carlo Ceresa, presidente UIM del Connecticut e con la dott.ssa Mary Ann Re, Vice Presidente degli Eoliani nel Mondo.

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