SAN BENEDETTO DEL TRONTO – Sono problemi invisibili e diffusi, economici o psicologici, quelli che confluiscono nella generica etichetta di “disagio sociale?: che è un territorio fatto di pudori e silenzio, o al contrario di proteste rumorose e disperate. Richieste di aiuto che arrivano dai diretti interessati, singoli o famiglie, italiani o stranieri, o dai vicini, quando la persona in difficoltà abbia almeno una casa.
Gli operatori. Diversi enti intercettano questo disagio, ma è certo che esiste una zona d’ombra, invisibile al di fuori di quattro mura. Tra gli operatori c’è naturalmente il settore affari sociali del comune, le cooperative di volontari che con esso collaborano (in tutto una ventina), l’Ambito sociale 21 per il coordinamento tra le iniziative dei quattordici comuni di competenza socio-sanitaria della Asur 12. Ma anche enti come la Caritas o le parrocchie, e particolarmente quella di Cristo Re di cui è parroco don Pio Costanzo, con la “Casa d’accoglienza Giovanni XXIII?.
L’inventario del disagio. I settori in cui è suddiviso l’ufficio “servizi sociali? del comune fornisce un inventario almeno parziale del disagio sociale. Problemi “naturali? o “sociali?: l’indigenza, i problemi della terza età, dei minori, dei giovani, della famiglia, dell’immigrazione, le disabilità, le “pluridipendenze? (alcol, fumo, droghe. Per la costante elevata diffusione del fenomeno droga a San Benedetto v. Riviera Oggi n. 616 del 14/21 febbraio). L’ufficio si occupa inoltre dei servizi scolastici e di quelli cimiteriali. Infine i problemi legati alla casa, anche se l’“ufficio casa? fa tecnicamente capo al settore “affari generali?. «C’è comunque una buona collaborazione tra gli uffici comunali e con le cooperative esterne», fa sapere la dottoressa Simona Marconi, che è responsabile dell’area “indigenza, terza età, minori?.
Bisogni materiali e immateriali. Lavoro, pasti, problemi legati alla casa sono quelli principalmente avvertiti dalle strutture religiose. Ma il responsabile comunale della Caritas, Umberto Silenzi avverte: «Tutti pensano che la carità sia totalmente materiale. Questa riguarda invece il 35-40% dei casi. Il resto sono carenze a livello affettivo: le persone hanno bisogno del nostro tempo, non di soldi. Il nostro tempo serve per “sanare? le persone dentro, mentre con i soldi sano solo la facciata esterna. Chi è sfrattato e buttato fuori casa o non mangia per due o tre giorni subisce una violenza interiore, i cui effetti sono più duraturi del dato materiale».
Anziani e handicap. Molte delle energie dei servizi sociali sono rivolte all’assistenza do-miciliare degli anziani: in città ci sono oltre 4 mila ultrasettantenni. Da alcuni anni è attivo un numero verde per coloro che hanno difficoltà a sbrigare le comuni mansioni domestiche. Nel 2005 sono state erogate 360 prestazioni.
Ma il coordinatore dell’Ambito sociale 21 Antonio De Santis segnala un settore specifico a suo dire in difficoltà da alcuni anni: quello dei centri diurni per portatori di handicap.
Numeri in forte aumento. Pur esistendo un “sommerso? del disagio sociale, le cifre che riguardano il numero di “prestazioni? erogate dagli enti preposti sono tanto poco conosciute quanto sorprendenti. Disegnano un’immagine della società ben diversa da quella che ne danno – ahinoi – i media, o almeno alcuni di essi. A riprova dell’invisibilità di questo mondo. Il settore servizi sociali del comune, per esempio, ha erogato nel 2005 ben 22.390 prestazioni: e si tenga presente che i residenti a San Benedetto sono poco meno di 47 mila. Naturalmente questo non vuol dire che la metà della popolazione sia in condizioni di indigenza, senonaltro perché alcune di queste prestazioni vengono erogate alla stessa persona. Ma come minimo è un dato che giustifica la definizione del disagio sociale come fenomeno appunto “diffuso? sul territorio.
Altrettanto drammatiche le cifre che arrivano dalle altre strutture: più di duemila i casi registrati dalla Caritas negli ultimi 14 mesi. Molti gli immigrati. L’“Osservatorio delle povertà? della Caritas fa anche una classifica delle nazionalità più rappresentate: rumeni, ucraini, marocchini, albanesi. Pochissimi i cinesi. Quindi la “Casa accoglienza?: più di 400 ospiti da don Pio da poco meno di due anni a questa parte.
Il disagio giovanile. Infine l’Ambito sociale 21. De Santis segnala dati importanti: il preoccupante aumento del disagio giovanile, e non per maltrattamenti subiti (ché anzi questa voce non fa registrare numeri significativi secondo De Santis), ma per i reati commessi dai minori.
L’Ambito segue al momento oltre 300 casi, alcuni anche da dieci anni: saranno anche quattordici i comuni che rientrano nell’ambito, ma anche questo è un dato più che allarmante. Al punto che il distaccamento del ministero di Giustizia di Ancona segnala San Benedetto per i suoi casi particolarmente problematici.
Una città tranquilla? Tutti gli operatori concordano su un punto: San Benedetto non ha quartieri-ghetto o “zone depresse?. Non ci sono “emergenze localizzate?. Segno di una città priva di grandi stratificazioni sociali, ma anche di miglioramenti ottenuti nel corso degli anni: sono lontani i tempi in cui via Mattei, nel quartiere Ragnola, era definita “il Bronx? (e non dubitiamo che questa definizione fosse comunque una grande iperbole). Rimane giusto una “tara? da fare: di delinquenza comune si occupano le forze dell’ordine e non i servizi sociali.
Soldi e strategie. Le risorse a disposizione per le politiche sociali sono in costante diminuzione. «Non abbiamo ancora oltrepassato una soglia critica – spiega ancora la Marconi – ma se continuerà la tendenza in atto da qualche anno, potremmo trovarci in serie difficoltà». è la storia per niente inventata della riduzione dei trasferimenti dallo Stato alle Regioni e da queste ai comuni. Sulla quale si verifica una “solidarietà interna? tra settori comunali, i quali accettano tagli, per evitare che ne vengano operati di ancor più gravi sul sociale. Cancellare un servizio precedentemente offerto è infatti la scelta più dolorosa per gli operatori di questo settore, che tra le altre cose devono fare attenzione alle alchimie di una regola specifica: “il servizio crea il bisogno?.
Un dato, quello economico, appena sfumato da De Santis: «i soldi possono sempre essere spesi meglio, ma da noi le grandi carenze di personale sono un fatto, specie perché San Benedetto non ha esercitato in questi anni il suo ruolo di comune capofila, letteralmente scaricando su di noi il compito del coordinamento anche amministrativo delle politiche sociali».

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