SAN BENEDETTO DEL TRONTO – In mancanza della risposta del ministro dell’Economia Giulio Tremonti su come coprire l’eventuale abolizione dell’Ici, arriva quella del vicecoordinatore comunale di Forza Italia a San Benedetto Bruno Gabrielli, il quale risponde ai sindaci dell’Unione, che ieri avevano espresso la loro contrarietà. Ecco il testo integrale, con tutte le sue considerazioni:
«Ma dove troverà Berlusconi i soldi per eliminare l’Ici sulla prima casa? Bella domanda, ma ancor più bella e seria la risposta. Nel punto 5 del programma della Casa delle libertà, “finanza pubblica”, si individua come il patrimonio pubblico dello Stato (di 1800 miliardi di euro), sia superiore al debito pubblico (1500 miliardi di euro). Ma mentre il passivo è collocato come debito pubblico sul mercato e costa; la parte attiva collocabile e valorizzabile (fatta da azioni, crediti, immobili, concessioni, ecc. pari al 40% del totale cioè 700 miliardi di euro) è tutta in mano pubblica, e rende poco.
Si calcola che il grosso del patrimonio pubblico, che può essere collocato e valorizzato sul mercato, circa i due terzi sul totale, vale a dire circa 500 miliardi, è dei governi locali regioni, province, comuni. Ne deriva che se i governi locali privatizzassero in tutto o in parte o mettessero a rendimento di mercato i 500 miliardi in valore dei loro asset, essi potrebbero non solo eliminare tutti i loro debiti, ma anche avviare enormi investimenti. La proposta della Casa delle libertà è un grande e libero patto tra Stato, Regioni, Province, Comuni, risparmiatori e investitori. Un patto che realizzi il federalismo fiscale solidale, di cui all’art. 119 della Costituzione. L’attuazione di questo federalismo fiscale è ormai da tutti considerata necessaria. Non sarà causa di aumento ma, all’opposto, di riduzione della spesa pubblica. Maggiore trasparenza dei conti, maggiore efficienza, minore evasione e minori sprechi. Soprattutto maggiore e più diretto controllo da parte dei cittadini sul governo della cosa pubblica: riducendo il debito dello Stato, immettendo sul mercato una quota corrispondente di patrimonio pubblico; offrendo a risparmiatori e investitori maggiori e migliori opportunità di impiego privato dei loro capitali.
Solo su questa base, non aumentando le tasse sul risparmio, sulle partite Iva, ma abbattendo la manomorta del debito pubblico, ed eliminando le tasse sulla prima casa, l’Italia può ripartire. In particolare, se i comuni mettessero sul mercato, facendole acquistare agli inquilini al valore del canone (come prevede il piano Casa, già legge dello Stato, nella Finanziaria 2006), tutte le loro case, nonché gli altri immobili non strategici, questi ultimi al prezzo di mercato, il ricavato, almeno 30-40 miliardi di euro servirebbe ad abbattere in tutto o in parte il loro debito, e per questa via ad eliminare gli interessi passivi relativi (tra i 2 e i 3 miliardi di euro). Esattamente l’equivalente del mancato gettito dell’Ici prima casa (2, 3 miliardi di euro). I conti tornano, vendere tutte le case e i negozi dei comuni che non rendono nulla, e smetterla di tassare le prime case dei cittadini.
Si realizzerebbe così un grande trasferimento di risorse da quel ¬capitale morto», come lo chiamerebbe l’economista peruviano Hernando De Soto, che è l’edilizia residenziale pubblica che non assolve più alla sua funzione sociale (dare una casa a chi ne ha veramente bisogno), avendo costi troppo alti e ricavi troppo bassi, ai cittadini e al mercato. Oltre 1 milione e mezzo di famiglie (1 milione di case ex Iacp previsto dal piano Casa già in Finanziaria 2006, e almeno mezzo milione di case dei comuni) diventerebbero proprietarie della propria casa, con l’attivazione di una positiva spirale economica fatta di responsabilità, patrimonializzazione, riqualificazione, ristrutturazione, messa in sicurezza degli edifici e degli impianti. Con il ricavato si potrebbero non solo accendere 600.000 mutui, e realizzare 400.000 affitti sociali per le giovani coppie e chi ne ha bisogno, ma come abbiamo visto, potrebbe essere eliminata del tutto l’Ici sulla prima casa. Con gli italiani più liberi e responsabili: cari sindaci dell’Unione scusate se è poco»

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