SAN BENEDETTO DEL TRONTO – Era l’aprile del 2004 quando sulle pagine de La Repubblica Franco Cordero definì caimano l’allora Presidente del Consiglio Berlusconi. Dopo quasi due anni, in piena bagarre elettorale, è uscito nelle sale l’ultimo atteso lavoro di Nanni Moretti che il regista ha chiamato, appunto, Il caimano. Ogni riferimento non è puramente casuale: il film narra le vicende di un’aspirante regista e del suo produttore che decidono di girare una pellicola sulla scalata economica del premier. I protagonisti sono due degli attori feticci di Moretti, entrambi tra i protagonisti del precedente La stanza del figlio: Jasmine Trinca e Silvio Orlando. A loro si sono aggiunti Margherita Buy, meno angosciata e angosciante del solito, oltre a Paolo Virzì e Valerio Mastandrea esibiti in divertenti camei.
Innanzitutto la politica: perché Il caimano è, ad una prima e superficiale lettura, un film politico. L’astio per il leader della destra attraversa il film dall’inizio alla fine. Moretti sostiene le sue tesi con fermezza e amara ironia. Tuttavia chi conosce i suoi film non può fare a meno di rilevare altro: se in Aprile si chiedeva alla sinistra di dire qualcosa di sinistra, ora si avverte l’indifferenza nei confronti di essa. Il regista neanche ci prova. Sembra quasi non crederci. In questo senso il film non è piaciuto ad entrambi gli schieramenti politici.
Nel tessere il racconto Moretti si diverte a mescolare diversi temi e li ruota come fosse in un suo girotondo preferito: dal sociale alla politica l’unico filo conduttore è la crisi di valori. Partendo dalla famiglia, la decadenza dell’Italietta giunge all’inquietudine del cinema nostrano e dei suoi degni protagonisti, tra registi falliti, attori depravati e la sconfortante mancanza di idee.
Al difettoso meccanismo narrativo fa da contraltare la maniacale ricerca del dettaglio in termini di forma e dialoghi presente in ogni singola inquadratura. Non è mai solo ciò che realmente si vede. È sempre nascosto qualcosa, il contrario di ciò che si osserva è celato e la chiave per cifrare il messaggio va ricercata nei sorrisi abbozzati, negli sguardi surreali dei protagonisti, in ciò che si sta per dire ma è taciuto.
Moretti non si cura di ciò che vuole lo spettatore. Il regista se ne frega di soddisfare qualsiasi bisogno o desiderio che non sia il suo. E’ l’espressione massima della sua vanitosa onnipotenza cinematografica. Peraltro mai repressa. Il film è Moretti stesso e se piace, è per questo. Sul grande schermo viene proiettata la sua stessa immagine riflessa allo specchio e la sua grandezza in tal senso è unica quanto originale. L’ultima sequenza è quella che conta. Vale la pena godersi il suo ghigno beffardo e sarcastico. Intanto, dietro, tutto scorre.

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