SAN BENEDETTO DEL TRONTO – L’artigianato agroalimentare va tutelato, sostenuto e rilanciato. È questo il messaggio che è scaturito dall’ultimo convegno tenutosi nella giornata di chiusura di Tipicità. Il concetto di ‘prodotto di qualità’ l’ha fatta da padrone in tale quattordicesima edizione del cosiddetto festival dei prodotti tipici e l’appuntamento di lunedì scorso è stato sintomatico di come si abbia bisogno di un ritorno a quelle che erano le vecchie tradizioni, anche culinarie, per vivere meglio ed in maniera più sana.
Ad onor del vero, un siffatta discussione avrebbe meritato una platea ancor più folta di quella presente, ma la giornata di lunedì ha un po’ penalizzato l’afflusso del grande pubblico: in ogni modo, tutti gli addetti ai lavori hanno accolto di buon grado le indicazioni pervenute dai vari relatori quali Antonio Attorre (giornalista e Governatore di Slow Food Marche); Graziella Picchi (Sociologa rurale), Ascenzio Santini (produttore di castagne e marroni), Otello Muccichini (produttore di marmellate, confetture sott’oli), Massimo Mancini (pastificio Macini) ed Avelio Marini (Assessore provinciale all’Agricoltura), con la coordinazione del giornalista Stefano Greco.
La produzione di qualità oramai è esclusiva dei piccoli e piccolissimi imprenditori i quali, non abbandonando ma sviluppando quelle che erano le tradizioni produttive di famiglia, hanno rilanciato con successo la proprio attività facendola divenire, se così si può definire, di nicchia. Prodotti di alto livello, di buona se non ottima qualità, che hanno una caratteristica: quella di essere nostrani e, per l’appunto tradizionali, e per questo tipici. Prodotti quali, ad esempio, la pasta di Mancini, le pesche sciroppate di Muccichini, assaggiati poi in sede di degustazione, hanno aiutato ad inculcare tra i presenti un concetto ben chiaro, esposto precedentemente dalla sociologa Graziella Picchi: «Il nostra bagaglio conoscitivo fatto anche di tradizioni deve essere riscoperto. Vi è necessità di una rinascita culturale affinché ognuno di noi si possa riappropriare delle tradizioni che altrimenti andranno perse».
Proprio su queste tradizioni occorre focalizzarsi anche per rilanciare l’economia artigiana agroalimentare che, in ogni modo, nell’ultimo periodo, da segnali di ripresa. Ma per emergere definitivamente, tale tipologia di attività economica ha bisogno del sostegno di tutti. «Vi è bisogno che l’iscrizione al registro dei prodotti agricoli tradizionali sia sbloccato, dato che ciò è il preambolo per la creazione di una DOP, una delle difese per la nostra agricoltura tradizionale», sottolineava l’Assessore provinciale Avelio Marini. Ciò perché spesso ci si sente dire di prodotti agricoli tradizionali già ve ne sono troppi e ciò, quindi, viene visto più come un limite che come una risorsa. Ovviamente, anche i produttori debbono fare la propria parte, continuava l’Assessore Marini: «Occorre costruire attorno a dei prodotti delle filiere. Sul territorio vi sono già soggetti che producono novità da prodotti tradizionali: bisogna prendere spunto da costoro ed allargare quindi gli orizzonti di commercio dato che sovente un buon artigianato da vita ad un buon prodotto finito ed ad un grande successo commerciale».
Insomma, la Provincia di Ascoli Piceno, già a vocazione artigiana, deve uscire dal cosiddetto guscio e spiccare il volo, anche perché ne ha le capacità (è pur sempre la seconda Provincia d’Italia a vocazione artigiana). Si è per la filiera corta, ma anche per un’economia lunga. A proposito di “filieracorta?, vi è da ricordare come il progetto elaborato dell’Assessorato alle Attività Produttive della Provincia di Ascoli Piceno, proprio nell’ambito di Tipicità, abbia ottenuto un importante riconoscimento quale prima Provincia d’Italia ad averlo realizzato: segno che ci si sta rendendo conto che il mangiar sano, di qualità (nello specifico, biologico), sta tornando moda. Anche se, più di una moda, dovrebbe essere una consuetudine.

Copyright © 2017 Riviera Oggi, riproduzione riservata.
(Letto 421 volte, 1 oggi)