NOME: Associazione Calcio Pavia.
ANNO DI FONDAZIONE: 1911.
COLORI SOCIALI: maglia azzurra, calzoncini bianchi, calzettoni biancoazzurri.
CENNI STORICI: antico club lombardo di tradizione, ancorché piuttosto offuscata, il Pavia è da ormai svariati decenni relegato ai margini del calcio nazionale. Il sodalizio azzurro, nato nel lontano novembre del 1911 infatti, ha collezionato quattro campionai cadetti, ma tutti concentrati nel ventennio fra la metà degli anni Trenta (il primo nella stagione ’33-’34) e quella degli anni Cinquanta (l’ultimo è datato annata ’54-55). Da allora mille sofferenze per la tifoseria pavese, avvezza a categorie anonime e abituata ad ammirare il Pavia Calcio in serie C (ben 41 i tornei all’attivo). Una storia calcistica contrassegnata da continui saliscendi e da momenti bui come il fallimento del settembre 1957; dopo due tornei di Prima Divisione disputati dal Pro Pavia, nella stagione 1959-‘60, l’A.S. Pavia e il F.B.C. Pavia partecipano al campionato di Prima Categoria. Un anno dopo, con la loro fusione ridaranno vita al Pavia. Per il ritorno in serie C bisognerà però attendere ancora qualche anno (stagione ’66-’67), quando gli azzurri la spuntarono sull’Asti, non prima però di aver dato vita ad un appassionate duello lungo un intero campionato.
Il presidente Fasani, artefice del ritorno in C del Pavia, dopo otto anni di reggenza lascia il testimone nella mani del cav. Migliorini, la cui presidenza coincise con oltre dieci anni che hanno visto il Pavia prima barcamenarsi a fatica in serie D e poi retrocedere, piombare per tre anni nel limbo del campionato di Promozione e poi risalire la china con due strepitose promozioni che l’hanno fatto approdare alla nuova serie C2 (stagione ’78-’79). Il ricordo dei tifosi più attempati va a bomber Walter Puricelli, il quale ancora adesso occupa un posto d’élite tra i cannonieri del Pavia di tutti i tempi.
Vari allenatori si succedono in questo decennio sulla panchina azzurra. La soluzione migliore viene trovata promovendo alla guida della prima squadra quell’Ernesto Villa di Carugate che aveva speso nelle file del Pavia tutti gli anni della sua giovinezza. Spetterà a lui il privilegio di far approdare per la prima volta il sodalizio azzurro al porto della C1 (’84-’85). In quel periodo è già avvenuto l’ennesimo cambio di manico sulla poltrona di numero uno del sodalizio azzurro, visto che vi si è insediato il rag. Roboni, il quale presenzia un’epoca felice per le sorti del club lombardo, epoca simboleggiata dalle 69 reti in maglia azzurra di Santino Pozzi. È il decennio delle tre promozioni e delle due retrocessioni (una a tavolino nel 1988).
Arrivano a Pavia calciatori che giocheranno ben presto in serie A e anche in Nazionale, come Massimo Crippa e Roberto Rambaudi; oltre a questi anche Marco ‘Bubu’ Dell’Amico e Franco Crotti.
All’attenta e rigorosa gestione di Migliorini prima e di Riboni poi succede quella dei coniugi Claudio e Giusy Achilli, improntata verso il raggiungimento di improbabili traguardi che hanno finito con il portare il Pavia ad un’instabilità societaria pagata a caro prezzo verso la metà degli anni Novanta. Ergo, nessun dubbio nel dire che fra le tre promozioni conquistate dalla C2 alla C1, il maggior significato l’abbia acquisito quella del ‘Pavia fatto in casa’ di Riboni e Villa, al termine del citato campionato edizione 1983-‘84 con tanto di primo posto finale. Nel 1987 e nel 1990 il Pavia della famiglia Achilli, pur salendo anch’esso in C1, ha dovuto accontentarsi della piazza d’onore alle spalle dell’Ospitaletto e del Siena.
Il ritorno in serie C1 all’inizio degli anni Novanta dà l’illusoria sensazione che il Pavia sia finalmente riuscito a trovare uno stabile assetto societario, ma al momento della definitiva partenza della famiglia Achilli vengono alla luce tutte le maggiori pecche che si erano tenute nascoste. Con i pochi collaboratori rimasti Walter Rampini cerca di fare del suo meglio per tenere a galla una nave che di stagione in stagione si inabissa sempre più. Le tappe? La salvezza, raggiunta solo ai play out contro l’Olbia nel ’95, il ripescaggio l’anno successivo, stavolta dopo aver perso li spareggi contro l’Ospitaletto; e infine le due retrocessioni di seguito, l’ultima delle quali, il 3 maggio 1998, in seguito alla sconfitta con i sardi dell’Atletico Sirio, la retrocessione del sodalizio pavese in Eccellenza. Il Pavia tocca di nuovo il fondo. Ben presto però ha la fortuna di passare nelle mani sicure di una famiglia che prende un gravoso impegno verso la città e vuole mantenerlo con grande serietà e capacità.
Secondino Calisti e suo figlio Armando si circondano di esperti collaboratori e viene intrapreso un paziente lavoro di risanamento della società.
Ci si accinge con entusiasmo al compito delicato di allestire un gruppo di qualità, affidando la squadra azzurra a un uomo vincente come Marco Torresani (ancora saldamente seduto sulla panchina lombarda), esperto in promozioni avendone allora già ottenute due, con Fiorenzuola e Legnano dal CND alla C2.
La tifoseria si riavvicina di nuovo al Pavia e i risultati iniziano ad arrivare numerosi.
Nel campionato di Eccellenza gli azzurri praticamente passeggiano e alla fine stravincono con 13 punti di vantaggio. Al rientro nel CND (’99-2000) la compagine pavese disputa un campionato di ottima levatura, ma si deve accontentare del secondo posto alle spalle del Legnano.
L’anno buono per il salto al piano superiore sarà quello successivo (2000-’01); dopo un piazzamento al sesto posto in C2, il 2003 sarà contrassegnato dal ritorno in C1 a distanza di ben undici stagioni. Annata fortunata anche perché dopo un’amara retrocessione sul campo il Pavia viene ripescato nell’estate 2004 e sorprendentemente, giungiamo così al torneo scorso, la banda Torresani sarà capace di arrivare ad un passo dalla B perdendo la finale play off al cospetto del Mantova di Di Carlo.
CITTA’: abitata da circa 75mila anime, vicino alla confluenza del Ticino nel Po, Pavia è sede vescovile e capoluogo dell’omonima provincia nella regione Lombardia.
La città è stata definita in passato “centium turrium” proprio per definire la presenza di torri antiche che,insieme a caratteristiche strade e piazzette conferisce alla città quell’aspetto tipicamente posato e al tempo stesso opulento di una città nobile e colta(la cinquecentesca università ne è la testimonianza). Storicamente la città si divide nelle 48 “insulae” dell’era romana che ancora oggi rappresentano la divisione della città, tra corso Alberto a nord e corso Garibaldi a sud. All’epoca la città si chiamava “Ticinum”, nome che rimase alla città fino al sec. VII, quando Pavia divenne la capitale del Regno Italico.
La città conobbe un grande sviluppo nell’era comunale, grazie ai vivaci scambi economici e raggiunse la popolazione di 40mila abitanti che la resero all’epoca tra le città più grandi dell’Italia settentrionale dell’epoca. All’epoca vi fu la nascita delle mura comunali che racchiudevano tutto l’attuale centro storico.
La tradizione degli studi risale all’825, ma lo “studium generale” è formalmente istituito nel 1361 da Galeazzo II Visconti con la costituzione di cinque facoltà (diritto civilee canonico, filosofia, medicina e “artium liberalium”). L’università dapprima stentò ma poi,quando i Visconti proibirono di studiare altrove, inizio ad attirare studenti.
Con la presa della città nel 1359 da parte dei signori di Milano si apre per la città un periodo di profondo rinnovamento iniziato dai Visconti (che fecero della città la loro residenza e vi costruirono la certosa) e proseguito dagli Sforza. Nel 1360 iniziarono i lavori del castello visconteo, poi la piazza Grande, si allargò il cardo romano (che divenne la Strada Nuova) e si terminarono i lavori del ponte sul Ticino.
Tra il 1429 e il 1486 furono istituiti cinque collegi universitari e nel 1485 fu costruita l’università. All’epoca a Pavia operarono artisti come Michelino da Besozzo, il Pisanello, il Foppa, Bramante, i Solari e Leonardo. Per volontà del cardinale Ascanio Sforza nel 1488 diede il via alla costruzione del Duomo i cui lavori furono iniziati da Amadeo e proseguiti dal Bramante, anche se il tamburo sarà costruito solo nel ‘700 e la cupola nel 1884.
La città fu teatro della “battaglia di Pavia” del 1525 in cui il re di Francia, Francesco I, fu fatto prigioniero dagli imperiali. Con la caduta del ducato milanese la città segui le sorti della Lombardia, prima spagnola e poi con il trattato di Worms (1743) ai Savoia la città sviluppò la sua vocazione universitaria così come volevano gli imperatori d’Austria. Verso la fine del secolo nell’ateneo pavese insegnavano Volta, Spallanzani, Monti e Foscolo che per pochi mesi, fino alla soppressione della cattedra, insegnò eloquenza.
Con l’unità d’Italia prosegue l’espansione al di fuori delle mura cinquecentesche,espansione che fu accentuata dalla costruzione della ferrovia per Milano (1862) e l’apertura del primo stabilimento italiano di produzione della seta artificiale (1905).
L’attuale progressivo sviluppo, le notevoli opere pubbliche, il fervore di iniziative in ogni settore di attività, nello studio e nel lavoro, segnano per Pavia un sicuro avvenire, e le attribuiscono un posto cospicuo tra le città italiane ed una missione di civiltà che non è mai venuta meno nei secoli della sua storia.
Da visitare. La chiesa di S.Pietro in Ciel d’Oro, consacrata nel 1132, che è uno degli esempi migliori di chiesa romanica. La facciata ripete nella forma (anche se più raccolta) quella di S.Michele e al suo interno, sopra l’altare maggiore vi è l’arca di S.Agostino (in stile gotico), tutta in marmo ricca di statue e di rilievi, eseguita da scultori lombardi influenzati dall’arte toscana.
Il Castello Visconteo fu fatto erigere da Galeazzo II Visconti nel 1360, il cui lato nord fu danneggiato gravemente dalla battaglia di Pavia del 1525. Nei Musei Civici ricavati al suo interno la Sezione di Archeologia romana e altomedievale; il museo di scultura e la pinacoteca Malaspina, nella quale sono esposti i dipinti di Vincenzo Foppa, Boltraffio, Borgognone, Butinone, Giambono, Bellini, Correggio e Antonello da Messina.
La Strada Nuova è l’arteria principale della città che va dal castello al Ticino. Vi si trovano il teatro Fraschini (1771),piazza Leonardo da Vinci e l’Università. Nell’omonima piazza vi è il Duomo, iniziato nel 1488 e terminato verso la fine del XVI sec.
La Basilica di S.Michele (seconda metà del sec.XII) è il monumento più importante di Pavia e uno dei capolavori dell’architettura romanica. Al suo interno furono incoronati alcuni imperatori e re(tra cui il Barbarossa).
Nella città si possono inoltre visitare la chiesa di S.Teodoro, il ponte coperto,palazzo Bottigella, collegio Borromeo e la chiesa di S.Maria in Betlem.
Cucina e vini. Il piatto tipico della città e di tutta la provincia è la zuppa alla pavese,brodo con uova pane e formaggio,le rane (sia fritte che al guazzetto) i salami, i cotechini e la mortadella di fegato. Tra i vini le numerose DOC (sempre precedute dalla denominazione”Oltrepò pavese”): Barbera, Bonarda, Buttafuoco, Cortese, Moscato, Moscato spumante, Pinot grigio, Pinot Nero, Pinot nero spumante, Rosato, Rosso, Rosso riserva, Sangue di Giuda, Riesling e Riesling spumante.
GIANNI BRERA. Pavia è pure legata ad uno dei nomi più importanti del giornalismo nostrano, vale a dire Gianni Brera, nato l’8 settembre del 1919 a San Zenone Po da Carlo e da Marietta Ghisoni. Lasciato il paese natale a quattordici anni per trasferirsi a Milano presso la sorella Alice e iscriversi al liceo scientifico, giocò a calcio nelle squadre giovanili del Milan.
Ma la passione calcistica gli faceva trascurare gli studi, così il padre e la sorella gli imposero di smettere di giocare e di spostarsi a Pavia, dove terminò il liceo e si iscrisse all’Università (Scienze Politiche). Scoppia la Seconda Guerra Mondiale e Brera è costretto a partire soldato, diventando prima ufficiale e poi paracadutista, scrivendo in questa veste alcuni memorabili articoli per diversi giornali di provincia.
Notata negli ambienti del giornalismo la sua bravura, viene chiamato per alcune collaborazioni giornalistiche al Popolo d’Italia e il Resto del Carlino, testate decisamente importanti anche se controllati dal regime fascista, anche se Brera fu sempre un fervente antifascista. In quei due anni nella sua vita avvengono diverse cose: muoiono la madre e il padre, lui si laurea (con una tesi su Tommaso Moro), e in seguito si sposa. Inoltre, parte per la capitale per assumere il ruolo di redattore capo di Folgore, la rivista ufficiale dei paracadutisti.
Intanto, in Italia gli oppositori del regime vanno organizzandosi sempre meglio facendo un lista sempre più nutrita di proseliti. Qualche esponente della resistenza contatta anche Brera che, dopo non poche esitazioni, decide di collaborare. A Milano partecipa con il fratello Franco alla sparatoria della stazione Centrale, uno dei primi atti di resistenza contro i tedeschi. Insieme catturano un soldato della Wehrmacht, e lo consegnano ad altri estemporanei ribelli, i quali prendono il soldato a pugni e calci. Segue qualche mese di clandestinità. Brera si nasconde, a Milano presso la suocera, a Valbrona dalla cognata. In piena resistenza, però, parteciperà attivamente alla lotta partigiana in Val d’Ossola.
Il 2 luglio del ’45, a guerra finita, riprende l’attività di giornalista per la Gazzetta dello Sport, dopo la soppressione del giornale da parte del regime fascista, avvenuta due anni prima. In pochi giorni comincia a organizzare il Giro d’Italia di ciclismo, che avrebbe preso l’avvio nel maggio successivo.
Nel 1949, dopo essere stato corrispondente da Parigi e inviato per la Gazzetta alle Olimpiadi di Londra del ’48, fu nominato, a soli trent’anni, condirettore del giornale assieme a Giuseppe Ambrosini. Ma nel 1954, dopo aver scritto un articolo poco compiacente sulla regina britannica Elisabetta II, provocando una polemica, Gianni Brera si dimise, con una decisione irrevocabile, dalla ‘rosa’.
Lasciata la Gazzetta, Brera compì un viaggio negli Stati Uniti e al suo ritorno fondò un settimanale sportivo, Sport giallo. Di lì a poco Gaetano Baldacci lo chiamò al Giorno, il giornale appena creato da Enrico Mattei, per assumere la direzione dei servizi sportivi. Iniziava un’avventura che avrebbe cambiato il giornalismo italiano. Il Giorno si distinse subito per l’anticonformismo, non solo politico. Nuovi erano infatti lo stile e il linguaggio, più vicini al parlare quotidiano, e l’attenzione dedicata ai fatti di costume, al cinema, alla televisione. Grande, inoltre, lo spazio dedicato allo sport.
Brera qui mise a punto il suo stile e il suo linguaggio. Mentre l’italiano comune oscillava ancora tra un linguaggio formale e l’emarginazione dialettale, egli si serviva di tutte le risorse della lingua, allontanandosi al tempo stesso dai modelli paludati e dalle forme più banalmente usuali, e ricorrendo in più a una straordinaria inventiva. Tale era la sua fantasiosa prosa che è rimasta famosa la dichiarazione di Umberto Eco, che definì Brera come un “Gadda spiegato al popolo”.
Per Il Giorno Brera seguì le grandi corse ciclistiche, il Tour de France e il Giro d’Italia, prima di dedicarsi completamente al calcio, senza smettere però di amare profondamente il ciclismo, su cui ha scritto, tra l’altro, “Addio bicicletta” e “Coppi e il diavolo”, stupenda biografia del “Campionissimo” Fausto Coppi, del quale fu amico fraterno.
Nel 1976 tornò come editorialista alla Gazzetta dello sport. Intanto, continuava a curare sul Guerin Sportivo la rubrica “Arcimatto” (il cui titolo sembra fosse ispirato all’ “Elogio della follia” di Erasmo da Rotterdam), mai interrotta e mantenuta fino alla fine. Qui Brera scriveva non solo di sport, ma anche su temi di storia, letteratura, arte, caccia e pesca, gastronomia.
Chiusa la parentesi di editorialista alla Gazzetta, il giornalista di San Zenone Po fu di nuovo al “Giorno” e passò poi, nel ’79, al Giornale nuovo, fondato da Indro Montanelli dopo la sua fuoruscita dal Corriere della Sera.
Nell’82 fu chiamato da Eugenio Scalfari alla Repubblica. Precedentemente, comunque, aveva iniziato anche una collaborazione saltuaria e poi fissa, alla trasmissione televisiva “Il processo del lunedì”, condotta da Aldo Biscardi. Moltissime in seguito sono state le apparizioni televisive di Brera, come ospite e opinionista in programmi sportivi, e perfino come conduttore sull’emittente privata Telelombardia.
Il 19 dicembre 1992, al ritorno dalla rituale cena del giovedì, immancabile appuntamento con il gruppo dei suoi amici, sulla strada tra Codogno e Casalpusterlengo, il grande giornalista perse la vita in un incidente. Aveva 73 anni.
Brera rimane indimenticabile per molte cose, una delle quali è la sua nota la sua teoria “biostorica”, per cui le caratteristiche sportive di un popolo dipendevano dall’etnos, cioè dal retroterra economico, culturale, storico. Così i nordici erano per definizione grintosi e portati all’attacco, i mediterranei gracili e quindi costretti a ricorrere all’arguzia tattica.
Inoltre, è quasi impossibile elencare tutti i neologismi entrati nel linguaggio comune, tuttora in uso presso redazioni e bar sport: la palla-gol, il centrocampista (nome di conio elementare ma a cui nessuno aveva mai pensato), il cursore, il forcing, la goleada, il goleador, il libero (proprio così, il nome al ruolo lo ha inventato lui), la melina, l’incornata, il disimpegno, la pretattica, la rifinitura, l’atipico… Celebri anche i nomi di battaglia che appioppò a molti protagonisti del calcio italiano. Rivera fu ribattezzato “Abatino”, Riva “Rombo di tuono”, Altafini “Conileone”, Boninsegna “Bonimba”, Causio “Barone”, Oriali “Piper” (e quando giocava male “Gazzosino”), Pulici “Puliciclone”, e così via. Oggi come oggi il suo nome è tenuto vivo da siti Internet, premi letterari e giornalistici. Inoltre, da poco la gloriosa Arena di Milano è stata ribattezzata come “Arena Gianni Brera”.

Copyright © 2017 Riviera Oggi, riproduzione riservata.
(Letto 790 volte, 1 oggi)