SAN BENEDETTO DEL TRONTO – Assolto con formula piena. In gergo tecnico “perché il fatto non sussiste?. Così la Corte d’appello di Ancona si è pronunciata mercoledì 22 febbraio sull’unico imputato per l’esondazione del Tronto del 10 aprile 1992, l’ing. Vincenzo Mattiolo, ex funzionario del Provveditorato delle opere pubbliche di Ancona, che prima dell’alluvione era stato il responsabile di lavori di messa in sicurezza poi risultati vani, provocando danni ai cittadini e alle imprese per decine di miliardi di euro. L’accusa era di “disastro colposo? (due altri funzionari anconetani erano ormai fuori dal processo per sopravvenuta prescrizione). Le motivazioni verranno diffuse dalla Corte entro 60 giorni.
È stata così ribaltata la sentenza di primo grado, pronunciata dal dott. Riganti due anni fa, di condanna dell’imputato a 2 anni e 3 mesi di reclusione. Il sostituto procuratore al Tribunale di Ancona, Fabrizio Tragnone, aveva chiesto la conferma della condanna, ma è prevalsa la linea dell’avv. difensore, Lucio Monaco. Tanto più delusi, come si capisce, i 25 soggetti tra enti, cittadini e imprese, che si erano costituti come parte civile. Già in primo grado non avevano viste accolte le richieste di risarcimenti. In secondo sono state condannate a sostenere le spese processuali.
«Ancora oggi il Tronto non è sicuro!», tuona il segretario provinciale ed ex consigliere regionale dei Verdi Pietro D’Angelo. Insieme a lui commenta la sentenza d’appello il segretario comunale Paolo Canducci. Dichiarazioni tanto più “pesanti?, in quanto i Verdi avevano messo insieme addirittura un libro, corredato da copiosa documentazione, per provare la tesi delle “colpe diffuse, tecniche e politiche?, che avrebbero determinato l’esondazione. Il libro era già stato acquisito agli atti del processo di primo grado. Il processo stesso era partito dopo un esposto dei Verdi alla Procura della Repubblica e al ministero dell’Ambiente.
I due esponenti politici si dicono «sorpresi» dalla sentenza, ma anche «curiosi» di conoscerne le motivazioni, dal momento che le perizie disposte dalla stessa magistratura in primo grado, avevano acquisito dati sulla portata del fiume, in conseguenza al livello delle precipitazioni: 800 metri cubi al secondo nel ’92; ma 2 mila durante un’alluvione nel ’29 e poi 1.200 nel ’59. Un raffronto storico decisivo: infatti, per definire “eccezionale? l’evento del ’92, la portata del fiume avrebbe dovuto superare quella di tutti gli eventi analoghi almeno dei cento anni precedenti. Mentre i lavori diretti dall’ing. Mattiolo avrebbero dovuto mettere al riparo da un evento di portata inferiore, come quello del ‘92.
Ecco perché i due esponenti dei Verdi si dicono «curiosi»: di sapere in che modo le perizie di due anni fa possano essere state “superate?. «Continuiamo a sostenere che non si è trattato di un evento “naturale? – dice D’Angelo – ma di un disastro dovuto a negligenze tecniche e a responsabilità politiche diffuse, che hanno determinato un “dissesto idrogeologico della valle del Tronto?. I lavori diretti da Mattiolo hanno ristretto la portata del fiume e ne hanno scavato l’alveo, dove continuano ad insistere imprese. Di più: almeno un paio di queste sono state autorizzate dopo l’esondazione. E addirittura si parla oggi di un “aeroporto? sull’alveo stesso».

Copyright © 2017 Riviera Oggi, riproduzione riservata.
(Letto 539 volte, 1 oggi)