SAN BENEDETTO DEL TRONTO – In programmazione in questi giorni presso le multisale Calabresi e Città delle Stelle, “The new world? è il quinto film del regista americano in trentasei anni, film sospeso in bilico tra la grande Storia e i sentimenti primitivi di chi la vive.
“Vieni Spirito! Aiutaci a cantare la storia della nostra terra!? La voce leggera
di una principessa dalla pelle rossa si insinua tra le acque placide dei
maestosi fiumi della Virginia, tra i suoi limpidi ruscelli e tra la folta
vegetazione che si agita come un’onda lanciata dal vento. La danza della
fanciulla è il respiro di una natura incontaminata. Selvaggia come i nativi che
la popolano: tra gesti, suoni e colori, nell’armonia lirica di tutto ciò che è
solo cielo o solo terra, anima o corpo.
La macchina del tempo di Terrence Malick (La sottile linea rossa) si è fermata
al 1607 quando probabilmente inizia la vera storia degli Stati Uniti d’America:
i primi insediamenti di inglesi predoni e rapaci in una immacolata Virginia si
trasforma presto nell’incontro-scontro di due civiltà, tra chi cerca oro e
affari, e chi è incapace di qualsiasi furbizia o menzogna. Il capitano inglese
John Smith (Colin Farrel, inespressivo come al solito) è il primo a rendersi
cosciente di ciò che presto travolgerà il nuovo mondo. La figlia del capo delle
tribù indigene lo salva da morte sicura. Tra i due nasce il sentimento, inteso
come lo scambio reciproco del senso della loro diversità culturale attraverso
l’unico canale comune a tutti i viventi: quell’Amore che il regista esprime non
solo con l’unione dei corpi, ma soprattutto attraverso la congiunzione di
sguardi proiettati sui segreti della Natura, facendo sì che l’insegnamento
delle rispettive lingue diventi uno dei momenti più emozionanti del film.
Terrence Malick dilata all’eccesso la narrazione in termini di spazio e tempo.
Il racconto si snoda sui monologhi dei tre protagonisti, come fossero tre diari
intimi e tre modi diversi di volgere gli occhi agli eventi. L’azione vera e
propria che inquadra lo scontro dei mondi è solo lontana parente di ciò già
visto in Balla coi lupi e ne L’ultimo dei mohicani. Il film è raccontato
attraverso fotogrammi e sequenze che appaiono perfette in purezza. Il montaggio
è volutamente spezzato, frammentato in break in modo che ogni sequenza vada
interpretata. Il tutto trasforma una pellicola in un’opera d’arte visiva che
non sarebbe riuscita se dietro la macchina da presa non ci fosse Terrence
Malick.
L’esordiente Q’Orianka Kilcher, lunghi capelli scuri e labbra carnose,
interpreta lo spirito della Natura e dei suoi primitivi sentimenti, intatti
perché inattaccabili. Sullo sfondo una lentissima sinfonia dove le suggestioni
corrono lontane, sulle note di Wagner e Mozart, dipingendo un paradiso perduto
dal quale si innalzano senza tempo le preghiere a Madre Luna.

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