SAN BENEDETTO DEL TRONTO – Parigi, 1912. Tra eleganti boudoirs vivono Jean e Gabrielle, sposati da dieci anni. Una sera lui trova una lettera d’addio di lei, la quale, a sorpresa, rincasa poco dopo…
Joseph Conrad è un maestro nel celebrare l’instabilità dei marosi così come la volubilità dell’animo umano. Uno dei suoi racconti meno conosciuti, Il ritorno (Le retour), è l’ispiratore del film del francese Patrice Chéreau (Intimacy-Nell’intimità), in concorso alla 62ª Mostra d’Arte cinematografica di Venezia. Il film chiude, martedì 20 dicembre ore 21.30, il II ciclo della rassegna del Cineforum S.B.T. Buster Keaton, presso il cinema Calabresi.
A Conrad probabilmente non sarebbe piaciuta la trasposizione spaziale che il regista opera nel suo film. Lo sfondo viene spostato da Londra a Parigi e la figura maschile, predominante nel testo letterario, lascia la scena a quella femminile a tal punto da divenire il titolo del film stesso.
Tuttavia la pellicola si lascia apprezzare per altre qualità: è la sagace indagine di quanto realtà e finzione si alternino nelle relazioni d’amore. In particolare in quelle storie che esistono in quanto esiste un mondo esterno e che rappresentano esclusivamente il palcoscenico da dove una società-voyeur attinge per poter trascorrere il tempo e alimentare chiacchiere nei suoi salotti preferiti. I sentimenti vanno recitati per obbligo nei confronti della collettività. Storie d’amore che dentro non generano scambi di nessuna rilevanza umana. Rapporti freddi e statici e, in quanto tali, sterili. Laddove i presunti amanti sono costretti ragionevolmente a mettere a nudo i propri cuori si dimostrano incapaci di ritrovare nel nudo dei loro corpi l’istinto delle primitive passioni. La ridicola farsa del teatro dei burattini viventi prende il sopravvento.
Gabrielle descrive la fine di qualcosa che probabilmente non ha mai avuto un inizio. In questo senso, e solo in questo, può essere definito un film vano e superfluo. In verità l’analisi dell’alta società è schietta e pregnante, supportata artisticamente da una lenta successione di dipinti a colori ed in bianco e nero. La fotografia di Eric Gautier è il vero motore stilistico del film e regala la dimensione cinematografica ad un racconto che è di evidente origine teatrale. E come a teatro gli attori assurgono ad un ruolo primario. Pascal Greggory è bravo, ma Isabelle Huppert (La pianista) è insuperabile e bellissima, vincitrice per questa recitazione del Leone d’Oro speciale a Venezia 2005 e non per nulla una delle attrici preferite da Jean-Luc Godard e Claude Chabrol.

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