SAN BENEDETTO DEL TRONTO – Non aspettatevi risposte. Nel cinema dell’austriaco Michael Haneke (La pianista) esistono solo punti interrogativi, inquietudini, paure. Il regista si ciba della telepatica corrispondenza di forti emozioni con lo spettatore, sempre pronto a scambiare le sue fisse e silenziose immagini con lo shock di chi guarda attraverso il buco della serratura. Non c’è bisogno di sottotitoli poiché i dialoghi si leggono negli sguardi. Se aggiungiamo che i volti dei protagonisti appartengono a Daniel Auteuil (L’apparenza inganna) e Juliette Binoche (Il paziente inglese) non si fa fatica a capire da dove derivi l’intensità di un film di cui la traduzione italiana ha capovolto il significato del titolo.
Niente da nascondere (Cachè), vincitore del Premio alla regia al Festival di Cannes 2005, è in programma martedì 13 dicembre ore 21.30 al cinema Calabresi all’interno della rassegna del Cineforum S.B.T. Buster Keaton.
Nella Parigi borghese dei giorni nostri, delle videocassette recapitate da uno sconosciuto (o da sconosciuti?) frantumano certezze e difese di un focolare domestico, facendo emergere scheletri nell’armadio. Il capofamiglia si perde nei ricordi di chi vuole creare tensioni nella sua vita. Risale quindi ad un episodio dell’infanzia, quando aveva umiliato un orfano algerino accolto nella sua famiglia…
Il film può essere letto codificando più codici. Da una parte sono evidenti i riferimenti ad attuali situazioni storiche e politiche laddove (mediante la metafora famiglia borghese uguale cultura capitalista) l’Oriente irrompe in Occidente scatenando terrori che erano dentro di esso fin dai primordi. La fortezza delle ricchezze intellettuali basate sulla stabilità e acquisite nel corso dei secoli si sbriciola con immensa facilità. Troppa. Il senso di colpa per aver consumato il frutto del peccato scatena rabbia e accanimento: probabilmente il serpente ci ha infettato del suo stesso veleno.
D’altra parte ciò che affascina del film è il suo stile narrativo. Allo spettatore è dato di sapere (e di vedere) ciò che sa (e vede) il protagonista. Finzione e realtà si incastrano alla perfezione ed è difficile individuarne la concreta linea di demarcazione. Ancora una volta Michael Haneke gioca a deridere lo spettatore senza pudore, ma lo fa con tutta l’arte di cui dispone. Lo conduce dove vuole, per poi abbandonarlo, solo, senza una guida, con i tormenti che ha generato. Ognuno deve trovare la sua personale risposta. Perché il film non finisce con i titoli di coda, non termina con la luce in sala. Le sue domande si insinuano nella mente e lasciano filtrare le paure. Fuori dal grande schermo c’è molta vita e poche sono le sicurezze. Immaginate se tornando a casa vi fosse stata recapitata una videocassetta…

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