SAN BENEDETTO DEL TRONTO – Pochi registi sono capaci di raccontare piccole vicende italiane e di dipingerle con i tenui e caldi colori della Storia. Pupi Avati è tra questi.
L’autore de Il cuore altrove non mette sul grande schermo i soliti problemi generazionali di trentenni o di coniugi abbandonati, problemi di cui ha abusato irragionevolmente il cinema italiano negli ultimi anni. Non sceglie nemmeno il linguaggio esplicito e inverosimile dell’amore a tutti i costi come contraltare di uno sfondo amaro e decadente, alla maniera dell’ultimo Benigni.
La seconda notte di nozze, presentato in concorso alla 62ª Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia, è un film dai toni sommessi, asciutti, dove il motore che muove il racconto è l’ironia, sottile e spietata al tempo stesso, con la quale si descrive un’Italia che forse non c’è più.
Il film è una piccola gemma lavorata con grazia e armonia ulteriormente impreziosita dalle interpretazioni di Neri Marcorè, uno degli attori preferiti dal regista, di Katia Ricciarelli, piacevole sorpresa, e soprattutto di Antonio Albanese, semplicemente perfetto in tempi e modi di recitazione per un personaggio difficile da reinventare.
Pupi Avati segna molte rivincite. Innanzitutto quella delle campagne del sud che diventano una sorta di terra promessa e quindi di rifugio per chi nel nord ha perso tutto a causa dei bombardamenti della 2ª guerra mondiale. Vi è inoltre il riscatto dei cosiddetti diversi, che all’inizio sono descritti come “dementi�?, ma che alla fine si riappropriano della loro forza calamitando l’amore che abbatte qualsiasi tipo di muraglia. Infine, ma più importante, c’è la rivincita del cinema italiano al quale Pupi Avati impartisce una severa lezione di bellezza e semplicità.

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