SAN BENEDETTO DEL TRONTO – Libertà di sporcare. Da almeno dieci anni anche San Benedetto non è esente dal fenomeno dei writers metropolitani. Tuttavia, se non potremmo condannare i Basquiat locali (effettivamente alcuni murales sono migliori delle brutture architettoniche del dopoguerra…), risulta incomprensibile la proliferazione di firme e pseudo scarabocchi illegibili che sporcano letteralmente tutti i muri cittadini. Ogni segno rappresenterebbe la firma dell’aeresol artist: tuttavia è bene tracciare una linea di demarcazione netta tra l’arte popolare del graffito e il semplice piacere dell’imbratto, atto vandalico fine a sè. Si tratta di firme che vengono ripetute dappertutto: sotto i ponti, al fianco di vetrine costosissime, sulle pareti di case familiari, sulle cabine telefoniche. Da dove proviene questo bisogno di segnare la propria presenza sul territorio (comportamento che ha canoni tribali e animaleschi più che urbani)? Lo scarabocchio selvaggio è innanzitutto una violenza, non solo sulla proprietà pubblica o privata (costretta a spendere denaro per riverniciare o, affranta, a subire i ghirigori spray), ma sull’estetica stessa cittadina: è il brutto che si assomma al deludente. Nelle foto pubblicate, mostriamo come sono ridotte dai consapevoli teppisti alcune zone del centro cittadino: i bagni pubblici (dietro l’ex hotel Roxy), il sottopasso prossimo al Cinema delle Palme, e l’edificio per la tutela dei Parchi e Giardini pubblici (stessa pineta). Che belle cartoline, vero?
Chi paga i danni? Perché tanto permissivismo?
E soprattutto: fino a quando saremo costretti a vedere le loro sigle illegibili?

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