SAN BENEDETTO DEL TRONTO – Girare un film sulla base di un libro comporta sempre numerosi rischi ancora di più se il libro è un classico dell’ottocento. Roman Polanski lo sa e mette in scena una storia verosimile: con la sua personale tecnica di ripresa ridipinge la Londra del XIX secolo come fosse un’antica stampa color seppia (è così che inizia il film) con continui giochi di ombre tra la luminosa e verde campagna del sobborgo e le sudice viuzze della città, tra le strette scalinate delle abitazioni e i ponti sul Tamigi avvolti nella nebbia, tra i fumi maleodoranti che ricordano a tutti che la rivoluzione industriale ha il suo prezzo da pagare.
E’ questo lo sfondo dove si muove il piccolo Oliver, sguardo disincantato di un orfano alle prese con i problemi della sopravvivenza, la fame ed un rifugio, ma ancor di più con le incertezze della sua età nei confronti di chi lo circonda, variopinta e variegata umanità con la quale cercherà sempre di essere se stesso e di combattere per riuscirci.
Polanski con il suo modo di raccontare la storia ridisegna anche la psicologia di alcuni personaggi primo fra tutti l’ebreo Fargit, un ottimo Ben Kingsley, rendendolo ancora più sfuggente e umano. Il tutto fa si che al film venga regalata un anima propria che non delude gli spettatori più piccoli (come ha detto il regista polacco “ho girato questo film per i miei figli�?) e al tempo stesso mette d’accordo gli appassionati di Cinema con gli amanti dei classici.
Il film non è solo un lucente palco ma è la messinscena di tutte le ambiguità quotidiane viste con occhi innocenti e disincantati, gli stessi di Oliver che fugge tra i vicoli di Londra. E dalle coscienze degli adulti.

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