*Per Perazzoli come per Martinelli, l’uno fautore del PRUSST fallito e l’altro paladino del PRG imbalsamato e della STU in salamoia, le polemiche che hanno interessato il mondo politico sambenedettese hanno attirato l’attenzione sul peso dei rapporti sotterranei più o meno leciti nel determinismo dell’assetto del nostro territorio. Per capire la differenza serve distinguere tra le lobbies che fanno del male alla Città e le reti sociali che fanno del bene.
Sono le prime il nostro problema, mentre quelle «buone», che purtroppo da noi scarseggiano, sono un lubrificante molto importante della azione sociale in generale. Non dimentichiamoci del potenziale positivo delle reti sociali per lo sviluppo; dice giustamente il Prof. Carlo Trigilia che “per «fare squadra», cioè per realizzare progetti complessi che dipendono da decisioni incrociate, sono importanti le reti sociali tra uomini del mondo delle imprese e del lavoro, della finanza, della ricerca e dell’università ed anche quelle tra soggetti privati e pubblici?.
Non c’è dubbio, però, che i meccanismi che hanno finora tentato di determinare la politica urbanistica locale, sempre più orientata nella programmazione, hanno comportato il pericolo di essere piegate a vantaggio dei diversi soggetti coinvolti e distorte a danno di terzi, come i concorrenti o i consumatori.
L’esperienza di Perazzoli e di Martinelli ci fa capire che ad oggi è stato scavalcato l’uso benefico delle reti sociali e così si è impedito un fisiologico sviluppo del territorio. A determinare la scelta errata, che tutti scontiamo, sono state la mancanza dei freni di carattere culturale (poiché i politici locali non sono stati influenzati da criteri morali interiorizzati e da codici comportamentali forti) e ad essa ha fatto seguito la mancata implementazione dei freni istituzionali; la scelta errata ha infine determinato il fallimento dei grandi progetti urbanistici.
In effetti, i freni culturali non sono stati virtuosamente condizionati da effettiva alternanza tra sinistra e destra (il duo Martinelli-Sestri e tutto il loro entourage non erano certo rappresentativi del centrodestra) e ciò ha indebolito i codici comportamentali e ha fatto sì che i comportamenti indotti siano stati accettati in un primo tempo tra le ristrette mura del Palazzo e poi bocciati dagli elettori nel 2001 (sic transit Perazzoli) e poi ancora bocciati dai consiglieri comunali di centrodestra nel corso del 2005 (sic transit Martinelli). D’altro canto, la mancata adozione di freni istituzionali sono stati a loro volta notevolmente condizionati da questa situazione; in pratica si può affermare che le regole non ci sono state e che quelle che c’erano, per citarne una: la centralità del Consiglio comunale in materia urbanistica, sono state puntualmente disattese.
Dunque si tratta di una questione di etica politica e di un problema di funzionamento dei meccanismi istituzionali. Affrontarle non sarà affatto facile. Richiederà, per prima cosa, una precisa analisi del perché da anni a San Benedetto non si riesce a trovare il bandolo della matassa urbanistica e, subito dopo, uno sforzo corale e un’intesa di fondo tra i candidati sindaci e tra gli schieramenti sulla necessità di ridefinire lo spazio e le competenze della politica, garantire come tutela dell’interesse pubblico un maggior peso alle comunità professionale (da non confondere con il tecnico di questo o di quello studio) scientifica e finanziaria e, per ultimo ma non da ultimo, implementare nuovi e più trasparenti processi regolativi partecipativi da sottrarre alla presa diretta tra certa politica e certa imprenditoria edile.
Se tutto questo non avverrà non è peregrina l’ipotesi che anche la prossima maggioranza capitolerà sulla questione urbanistica; ad ulteriore irreparabile danno dei nostri concittadini e, cosa ancor più grave, dei loro figli e dei loro nipoti.
*Dr. Vincenzo Rosini – Nuova Alleanza Sambenedettese

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