CAGLIARI – Pubblichiamo un’intervista a Davide Ballardini pubblicata nella giornata di lunedì 20 luglio da “Il Giornale di Sardegna?, a firma di Alberto Masu, che ringraziamo per la cortesia.
Cagliari e Ballardini insieme. La firma solo un dettaglio, il tecnico di Ravenna ha in mano un biglietto per la Sardegna. Lui per ora se ne sta in riva all’Adriatico. Si guarda bene dal confermare i contatti, ma intanto si presenta. Un diploma di geometra, un’azienda agricola («da contadino, apprezzo i frutti della fatica»). In molti lo definiscono un “figlio di Sacchi?.
Un po’ lo ricorda, per pelata e occhialoni scuri. «È stato mio allenatore a Cesena per 3 anni. Io ne avevo 16-17. Ma di Sacchi nel mio modo di lavorare ci vedo poco o nulla. A me piace gioire, giocare e correre. Nel mio calcio tutto deve essere fatto con gioia». La miglior amica di Ballardini «è la palla, senza divento pazzo. Il giocatore con la palla può esprimersi come vuole e quando è senza deve aiutare il compagno che ne è è in possesso. Oppure correre per recuperarla». Più Bagnoli («l’ho avuto solo 3 mesi, ma mi piaceva. Poche parole, per farsi capire e farsi amare») che Sacchi. Ma soprattutto Ballardini, perché «faccio attenzione a come lavorano i miei colleghi, ma non ho modelli». Il suo calcio è gioia. Ma anche gioco di squadra: «Una prerogativa delle mie squadre è quella di subire poche reti». Spiega che «sono importanti i giocatori e poi bisogna essere bravi a tagliare il vestito addosso ai giocatori a disposizione. Serve rispetto per le caratteristiche dei giocatori». Non ha avuto paura, nel passaggio dalla Primavera ai professionisti. Non ne avrebbe arrivando in A.
Nel rapporto con la squadra, «l’allenatore deve farsi conoscere e rispettare. Ai ragazzi chiedo rispetto e di pensare al bene della squadra». Immagina il suo Cagliari: «Tutti devono correre per costruire occasioni da gol e per non prenderli». Negli ultimi anni ha vissuto sugli spunti dei suoi attaccanti, «ma ha fatto benissimo. Avere tanti giocatori bravi è un vantaggio. La squadra deve sostenere i suoi campioni e viceversa». Zola? «Non lo conosco personalmente. Ma mi sembra soprattutto un grande uomo. Per quello che ha fatto, quasi mi inchino davanti a lui. Se gli chiederei di sacrificarsi? Lui sa cosa deve fare, non dovrei chiedergli niente». Da Zola a Cellino. Nessuna paura: «Mi sembra una persona intelligente e capace. E poi qualche disaccordo tra società e tecnico, durante una stagione, può starci». Non si preoccupa di cessioni eccellenti, «perché questa società ha dimostrato di saper fare bene. E se certi giocatori dovessero partire, verrebbero sostituiti». E gli obiettivi? «Prima di tutto la salvezza. Poi, coinvolgendo tutti, si potrebbe fare anche qualcosa di meglio».

Copyright © 2017 Riviera Oggi, riproduzione riservata.
(Letto 788 volte, 1 oggi)