SAN BENEDETTO DEL TRONTO – «La prima volta che dovevo morire avevo quindici anni. Fu quando, il 10 settembre 1943, stavamo caricando armi e munizioni sulla sciabica ormeggiata sotto la banchina e la cassa di bombe a mano cadde con un tonfo sordo […]. Se l’esplosione si fosse verificata non avremmo avuto il tempo di dire “Madonna mia? che saremmo volati al creatore».
Comincia così I giorni della guerra, il libro con cui Alberto Perozzi, classe 1928, raccontò l’inizio della sua eccezionale avventura umana quando, giovanissimo, decise di battersi con fierezza contro l’occupazione tedesca, dal settembre 1943 al 18 giugno 1944, giorno dell’arrivo degli alleati e della liberazione della città.
Ora che è morto, confermiamo che non aveva avuto mai paura di morire, Alberto, come non aveva avuto mai “paura? di battersi con coraggio e coerenza per le sue idee, sempre e dovunque, anche a costo di mettersi in contrasto con i suoi stessi compagni di partito e di schieramento, facendosi nel tempo «amici indimenticabili e nemici implacabili», come gli diceva spesso Ugo Pirro, suo amico di gioventù che poi – partito da San Benedetto – a Roma sarebbe diventato scrittore, commediografo, romanziere e sceneggiatore cinematografico di successo. Virtù che “in patria? più o meno avrebbe coltivato anche Alberto Perozzi, sapendo cimentarsi – durante i suoi intensissimi 77 anni di vita – come giornalista, scrittore, poeta in vernacolo, commediografo, critico d’arte, ideatore e organizzatore di eventi culturali, fondatore di associazioni giovanili.
E con coraggio e coerenza identici, Alberto Perozzi trattava anche chi non la pensava come lui, mai considerato “avversario? né tantomeno “nemico?. Anche in anni in cui a San Benedetto un certo estremismo di ispirazione lottacontinuista (o, peggio, brigatista) faceva dello slogan «uccidere un fascista non è reato» un criminale obiettivo strategico.
Epici, a tal proposito, furono i suoi interventi di saggezza sul nostro settimanale Sambenedetto Oggi in tandem con Alessandro Piattoni, un altro nostro valente collaboratore, esponente missino, “fascista doc? e perciò schierato su fronti diametralmente opposti.
Ora che per Alberto Perozzi – oltretutto instancabile giramondo nei cinque continenti con la sua Agenzia di Viaggi Pertur – il sipario è calato, vogliamo concludere questo nostro ricordo con le parole finali del suo stesso libro I giorni della guerra.
«Cammino qualche volta solitario in riva al mare. I gabbiani, il sole, il vento, le nuvole e la voce della risacca ripropongono continuamente il filo del discorso che non si deve interrompere. Andiamo avanti, amici miei, di buona lena: noi abbiamo molta strada da percorrere».
Sì, andiamo avanti. Ciao Alberto.

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