SAN BENEDETTO DEL TRONTO – Quale è stato il suo primo approccio con la musica?
Sono sempre stato appassionato sebbene inizialmente non avessi competenze specifiche. La mia prima esperienza ‘musicale’ è stato condurre “Pop out”, un programma di musica rock su Radio Life, una stazione radiofonica locale. Ho poi iniziato ad interessarmi seriamente del settore musicale e agli inizi degli anni ’80 ho fondato “Aktion”, una rivista autoprodotta che voleva essere la voce dei punk nel sud delle Marche. “Aktion” era un giornale anarchico-pacifista che si occupava sia della musica punk che delle problematiche dei giovani che si rispecchiavano nei modelli anticonvenzionali dell’underground. L’obiettivo era andare incontro ai giovani che si sentivano emarginati solo perché avevano dei gusti e dei pensieri contrari alla logica dominante.
Quando ha iniziato invece a dedicarsi all’attività di critico musicale?
Ho cominciato a scrivere in maniera organica (ma già avevo studiato musica) su “La voce delle Marche”, un settimanale in cui io mi occupavo della rubrica musicale. Poi ho fondato “Blade Runner”, un progetto che racchiudeva un centro culturale, un’etichetta di distribuzione di dischi autoprodotti, e una rivendita di dischi indipendenti. Volevo creare un retroterra per far crescere una cultura e passione nelle persone, che non fosse quella trasmessa dai giornali popolari.
È per questo motivo che ha dato vita al concorso “Sotterranea”?
Mi sono fortemente battuto in questi anni perché venisse dato più spazio alle band emergenti, e oggi “Sotterranea” è una rassegna molto apprezzata a livello nazionale: ho tante richieste di partecipazione e di collaborazione che vengono anche dall’estero. Il concorso inizialmente non trovava consensi, anzi era contestato: dai residenti delle zone dove si svolgeva, perché infastiditi dal volume e dalla presenza di giovani sconosciuti, e dai musicisti stessi (una volta un giornale locale pubblicò una lettera di un ragazzo che lamentava la scarsa attenzione data ai gruppi locali. Devo dire che il giornalista ci cascò, perché tutti i gruppi locali erano rappresentati alla rassegna). La più grande soddisfazione è arrivata dalle persone che prima mi criticavano, alcune delle quali ora chiedono di collaborare con e per la Rassegna.
La nostra provincia rappresenta un territorio in cui possono nascere e crescere nuovi talenti musicali?
Non ci sono grandi iniziative, e a livello provinciale mancano delle figure, privati e associazioni culturali, che vogliano far crescere il settore. Non ci sono i locali che danno spazio alla musica emergente: dal ’92 al ’99 mi sono battuto per far suonare i gruppi nei locali della città, promovendo rassegne al Rebel e al Verbena e Rock Targato Italia al Misus, dove i giovani potevano esibirsi. Ma da quando non ci sono più posti dove suonare, le band non hanno né occasione né lo stimolo per formarsi.
Come è cambiato l’ambiente musicale negli ultimi anni?
Assistiamo ad una involuzione, perché mancano le occasioni in cui suonare. All’inizio cercavo di trovare lo spazio per i ragazzi anche nelle feste dei quartieri, come S. Filippo, l’Agraria, la Sentina. Ma dopo un paio di anni anche questa possibilità veniva sistematicamente tolta, perché in generale il rock dal vivo non è apprezzato e per queste feste preferiscono la musica leggera.
Che genere di musica ascolta?
Un po’ di tutto, dalla leggera al rumore puro, per poi selezionare i miei artisti preferiti. Attualmente penso che il miglior gruppo rock italiano siano gli Afterhours, non mi dispiacciono Marlene Kuntz e Verdena ma amo il punk, il metal, l’elettronica, il digitale e la musica di ricerca. Penso che uno dei più grandi personaggi sia Brian Eno.
Ci sono dei concorsi che sono dei canali preferenziali per il successo?
Sicuramente, basti pensare a Arezzo Wave e a Rock Targato Italia. Purtroppo le case discografiche non cercano i nuovi talenti, ma vogliono esclusivamente vendere dei progetti che in realtà durano solo una stagione.
C’è qualche personaggio che ha intervistato di cui ha un ricordo particolare?
I Modena City Ramblers, perché li intervistai pensando a un gruppo barricadero e con i paraocchi, invece si sono dimostrati aperti e affabili, e i Litfiba: ero convinto che Piero Pelù fosse inavvicinabile. Ma è accaduto il contrario: Pelù è stato cordiale, mentre Ghigo Renzulli poco socievole.
Come è passato dalla musica alla politica? Non dimentichiamo infatti che scrive per “Il Messaggero”.
Quando scrivevo per “La voce delle Marche” seguivo i gruppi che suonavano in giro per la regione, dove ho scoperto che c’era la crisi del rock emergente. Da allora mi sono impegnato a sviluppare il settore, diventando responsabile Marche-Abruzzo di Rock Targato Italia e direttore artistico della cooperativa Clg. Mi occupavo anche dei rapporti con la stampa locale, dove a volte uscivano dei miei articoli su argomenti musicali. È stato Patrizio Patrizi, caporedattore de “Il Messaggero” a rivolgermi l’invito di collaborare, che ho accettato ben volentieri. Quando si sta in un quotidiano bisogna occuparsi di tutti gli argomenti, quindi anche di politica. Il primo approccio con l’ambiente locale l’ho avuto però con Sambenedettoggi, che mi ha aiutato ad allacciare i primi contatti con la realtà cittadina. Vorrei ricordare anche il mio lavoro di critico musicale nelle riviste specializzate Brain e Music Club, nonché l’aver collaborato con Radio Azzurra.
Lei si occupa anche di politica. Pensa che a livello locale esista una divisione effettiva tra destra e sinistra o questa divisione è solo frutto delle politiche attuate a livello nazionale?
A S. Benedetto penso che le decisioni prese non rispecchiano a pieno una politica di centro destra. Ritengo che il Sindaco stia facendo delle scelte in autonomia, per le quali non fa riferimento a delle logiche di schieramento. In alcune decisioni il centro destra cerca di rifarsi ai modelli espressi dalla sinistra.

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