Quando hai iniziato a giocare al calcio?
Avevo tredici o quattordici anni, con una formazione, il Pro-Matera, che militava in Promozione. Inizialmente venivo impiegato come centrocampista, e forse quell’esperienza mi è stata utile in seguito quando, militando in squadre di Zeman e con la nuova regola del divieto di prendere la palla con le mani dopo un retropassaggio, ho dovuto spesso impiegare i piedi anche per sbrogliare situazioni di gioco difensive.
Con quale squadra hai esordito tra i professionisti?
Con la formazione della mia città, il Matera, nel campionato di C2 1985-86.
Il tuo nome, successivamente, si è legato alla figura di Zeman e all’epopea del suo Foggia.
Foggia per me ha rappresentato la svolta della mia carriera. È difficile individuare un momento da ricordare: il primo anno venimmo promossi in Serie B e dopo due stagioni conquistammo la Serie A, giocando un calcio innovativo e spettacolare.
Quale ricordo hai di Zeman?
Per me è un grandissimo allenatore, ancora adesso più che un amico lo considero un fratello maggiore. Non ho fatto nulla per entrare nelle sue grazie, tra di noi è nato un rapporto spontaneo. Non sempre funziona così, specie negli ultimi tempi…
Zeman è stato il primo tecnico che ha richiesto ai portieri di essere parte integrante del gioco, agendo spesso come ultimo difensore. Come ti sei trovato in questo ruolo?
Per giocare in quel modo era necessario allenarsi in maniera continua: e in effetti con Zeman, è noto, ci si allena anche tre volte di più di come si preparano le altre squadre. Ne vedevamo gli effetti la domenica, quando i giocatori erano capaci di compiere degli scatti di trenta metri anche tre o quattro volte in un minuto. La caratteristica di quella squadra era che, qualsiasi fosse il risultato, giocava allo stesso modo e sempre all’attacco.
Qual era il tuo rapporto con i vari Signori, Rambaudi, Baiano, Di Biagio, che giocavano in quel Foggia?
Andavo d’accordo con tutti, era veramente un bel gruppo e c’è da dire che quella formazione ha poi dato diversi giocatori alla Nazionale.
Da Foggia Zeman ti ha poi voluto alla Lazio, nel 1995.

Devo dire che il passaggio da una formazione di provincia ad una realtà metropolitana non è stato semplicissimo, ma ad ogni modo per me è stata un’esperienza importantissima.
Nel Bari hai poi trovato un altro allenatore di esperienza come Eugenio Fascetti.

Sì, e mi dovetti abituare ad un gioco completamente diverso rispetto a quello di Zeman! Conquistammo ad ogni modo tre salvezze consecutive in Serie A, cosa che, credo, al Bari non è mai accaduta. Era una squadra con buoni giocatori come Ingesson, Bressan, Mazinga, Guerrero. Spiccavano, ad ogni modo, i giovani Zambrotta e Cassano. Quest’ultimo all’epoca era un ragazzino! L’ho conosciuto bene perché lui ha dormito in stanza con me per un mese, durante la preparazione estiva. Durante i pranzi faceva imbestialire me e Garzya, che eravamo un po’ più esperti del gruppo e dovevamo tenerlo a freno!
Che differenza c’è tra Napoli e le altre piazze dove hai giocato?
Napoli regala un’atmosfera unica: è difficile da spiegare quel che può provare un calciatore giocando in quella città. Io ci tornai su richiesta di Zeman che però fu mandato via dopo tre giornate. Il suo posto fu preso da Mondonico ma la squadra restò sempre in Serie B.
Lo scorso anno hai accettato la piazza di Pisa. C’è qualcosa che non è andato per il verso giusto?
Lo scorso campionato è andato tutto bene, ma quest’anno però le cose sono iniziate diversamente, già a luglio si respirava un’aria strana e ho preferito andarmene.
Qual è, secondo te, il miglior portiere attualmente in circolazione?
Sicuramente Buffon. Tra gli stranieri, dico Dida, che tra l’altro gioca nel campionato italiano.
Hai conosciuto la Serie A e adesso sei tornato a giocare nei campi di C, pur in piazze importanti come Pisa e San Benedetto. C’è veramente tanta differenza?
Sono due mondi diversi. In Serie A ti capita di giocare contro i migliori fuoriclasse del mondo, la televisione ti trasmette in diretta in tutta Italia e non solo, e la pressione è elevatissima. In C tutto questo non avviene o avviene in maniera meno stressante.
Tra i tanti calciatori che hai affrontato, qual è quello che ti ha destato la maggiore impressione?
Ronaldo, sia nel primo che nel secondo anno all’Inter.
Tua moglie e i tuoi bambini ti seguono nel tuo lavoro?
Sia Chiara, mia moglie, che il mio primo figlio che ha sei anni sono anche dei miei tifosi personali! Il secondo adesso è troppo piccolo, ha soltanto dieci mesi.
Hai mai pensato al tuo futuro extra-calcistico?
Mi piacerebbe restare nel mondo del calcio, ma non come dirigente: amo il campo, e mi vedrei bene, all’occorrenza, come allenatore dei portieri o tecnico.

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