SAN BENEDETTO DEL TRONTO – Diga di centrocampo, agonisticamente caparbio, Nicolas Amodio (nato a Montevideo, Uruguay, il 10/03/83) ha conquistato così il popolo rossoblu. Lontano dal terreno di gioco, l’umiltà e la semplicità sono le caratteristiche che lo rendono così educato, affabile e un po’ timido. Una vita spesa per il calcio che gli ha regalato una grande occasione: vestire la maglia rossoblù per raggiungere il sogno di ogni calciatore, la serie A. Per ora è lontano quel futuro, nel cuore di Nicolas c’è posto solo per la Samb: un treno su cui Amodio ha avuto la fortuna di salire e “solo per amore?condurrà, insieme ai suoi compagni, verso i traguardi più ambiti.
Nicolas, descriviti come calciatore e come uomo.
Come calciatore ho una duplice caratteristica. Sono capace sia di difendere che attaccare. Come uomo è difficile darsi un giudizio. Comunque sono una persona semplice e umile che ama la sua famiglia e gli amici. Infatti ci sentiamo tutti i giorni.
Solitamente si inizia a giocare a calcio in una età molto piccola. Tu quanti anni avevi?
Avevo sei anni. Giocavo in una squadra dell’Uruguay con i baby-footoball (i nostri pulcini) chiamata Lagomar.
Quali sono state le squadre in cui hai militato prima di approdare alla Samb?
Dai sei ai tredici anni ho militato nel Lagomar, poi ho fatto tutta la trafila delle giovanili del Defensor Sporting (formazione della serie A uruguaiana) fino ad arrivare in prima squadra. In seguito sono giunto a San Benedetto, dopo una breve parentesi nel Team Estate con mister Roberto Beni e il massaggiatore Marco Iuliano.
C’è un allenatore che ti è rimasto particolarmente nel cuore?
Da ogni allenatore si apprende sempre qualcosa d’importante. Se devo fare un nome dico mio padre Sergio che mi ha allenato da piccolo con i baby-football, ma non è stato mai un giocatore professionista.
Il tuo ruolo è sempre stato lo stesso?
Ho variato diverse posizioni nella parte mediana del campo. Quello che preferisco è l’attuale, giocare al centro oppure leggermente dietro.
Parlaci della tua famiglia.
La mia famiglia è composta da mio padre Sergio, mia madre Maria Monica che vivono a Barcellona. Ho un fratello Pablo di 23 anni che abita in Uruaguay e una sorella Erika di 24 anni sposata. Non sono ancora zio ma sono padrino di due bimbi rispettivamente di uno e dieci mesi.
Ma hai origini italiane, vero?
Sì. I miei nonni materni erano del Nord della provincia di Cuneo, i nonni paterni del Sud. Non chiedermi le città perché non me le ricordo…

Come mai hai scelto di venire a giocare a San Benedetto?
Il mio procuratore, lo stesso di Bogliacino e Brites, insieme a D’Ippolito mi hanno portato in Italia al Team Estate. Poi è giunta la proposta della Samb. Mi hanno spiegato la situazione, le intenzioni della società, la città e la tifoseria. Non ho potuto che accettare immediatamente.
Il tuo rapporto con la squadra e con il mister Ballardini.
Mi sono ambientato subito. La squadra è unita e si lavora bene. Il campionato lo vince il gruppo e non il singolo. Mister Ballardini è una brava persona, usa sempre le parole più appropriate.
Cosa fai nel tempo libero?
Mi vedo spesso con gli altri compagni uruguaiani Bogliacino e Brites. Gioco con il computer, chatto con gli amici. Mi piace leggere, uno dei miei scrittori preferiti è Paolo Coelho. Ascolto un po’ tutti i generi di musica anche se prediligo quella rock come gli U2.
Ti aspettavi una simile tifoseria?
Sinceramente no. È meravigliosa. Me ne avevano parlato ma non la immaginavo così. Ogni domenica la Curva è piena e i tifosi ci incitano costantemente. In campo si sente il loro calore e ti danno una marcia in più. Quando esco dal tunnel degli spogliatoi mi emoziono nel vederli e sono capaci di darmi una forte carica.
Avresti mai pensato che la Samb, a gennaio, si sarebbe ritrovata così in alto in classifica?
Appena giunto a San Benedetto non conoscevo nessuno. Poi nelle prime partite sembrava che la squadra stesse facendo bene. Allora ho pensato che si potesse fare un buon campionato. Se continuiamo ad avere la stessa concentrazione, possiamo fare grandi cose.
Come mai con le grandi squadre mettete più grinta rispetto alla gare con le piccole?
Penso che sia un fatto di concentrazione. Durante la settimana lavoriamo sempre allo stesso modo. Con le squadre forti dobbiamo stare attenti al loro gioco, con le piccole incontriamo difficoltà perché si chiudono concedendoci poco spazio.
Sei scaramantico? Prima di entrare in campo fai un gesto particolare?
Nello spogliatoio prima di scendere in campo ci riuniamo in cerchio e preghiamo, diciamo una Ave Maria alla Madonna. Personalmente entro sul terreno di gioco appoggiando prima il piede destro.
Qual è il tuo più grande sogno?
Non ho un grande sogno perché se poi non si realizza rimani la delusione. Vado per gradi. Voglio fare bene a San Benedetto disputando un buon campionato. Dopo si vedrà. Comunque il sogno di ogni calciatore è quello di arrivare in serie A.

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