Questa settimana “Sambenedettoggi consiglia…? il dialogo “L’uomo dal fiore in bocca? di Luigi Pirandello, opera che sarà messa in scena presso il Parco Saffi la sera del 30 agosto (ore 21.30), da Gionni De Carolis e Fernando Micucci. La regia è affidata a Vincenzo di Bonaventura.
È forse un luogo comune quello secondo cui alcuni beni si apprezzano solo nel momento in cui vengono irrimediabilmente perduti; ben oltre l’abuso che di questa frase si è fatto e si farà, è comunque doveroso ammetterne la veridicità.
Consideriamo la seguente situazione: un uomo si sveglia la mattina e guardandosi allo specchio non si riconosce, perché il giorno prima il suo medico gli ha detto che gli restano solo pochi mesi di vita a causa di un male devastante. Da quel momento, tutto in lui cambia: cambia il suo modo di vedere il mondo, di osservare la vita propria e altrui; i particolari infinitesimi del quotidiano assumono improvvisamente un’importanza spaventosa, per il semplice motivo che egli sta per perderli per sempre.
Questo, in breve, è il tema di fondo dell’atto unico L’uomo dal fiore in bocca di Luigi Pirandello, che l’autore trae dalla propria novella Caffè notturno. Il protagonista e il Pacifico Avventore, suo comprimario, sono seduti al tavolino di un modesto caffè notturno. Dai guai familiari che affliggono il secondo personaggio l’Uomo dal fiore prende spunto per iniziare una serie di riflessioni sull’esistenza, sull’ importanza della quotidianità, dei dettagli delle cose. Ciò che all’inizio potrebbe sembrare nient’altro che una fissazione maniacale per i particolari, dai braccioli delle sedie nelle sale d’attesa ai gesti che i commessi dei negozi compiono per fare un nodo a un pacco, si rivela in itinere per ciò che realmente è: l’estremo e unico punto di contatto con la vita da parte di un uomo che sta per morire e lo sa.
L’atto unico si va sviluppando secondo un criterio ben preciso: da una breve fase iniziale in cui il Pacifico Avventore espone le proprie vicissitudini e in cui i due personaggi sembrano quasi equipararsi come “peso” scenico, si passa alle fantasticherie e alle digressioni esistenziali dell’Uomo dal fiore, nelle cui parole si avverte il ritmo stesso dell’esistenza della gente “comune”. Immagini normali, le vetrine dei negozi, la gente per strada, divengono nelle parole dell’Uomo dal fiore il simbolo stesso della vita che scorre; ed essa scorre per tutti, anche e soprattutto per coloro che, colpevolmente, non si fermano ad assaporarne ogni dettaglio, anche quello apparentemente più insignificante. Finché non è troppo tardi.
Infine riappare ancora una volta nel teatro pirandelliano il tema dell’angosciosa solitudine. Solo è l’Uomo dal fiore di fronte alla morte e sola è anche sua moglie, il cui capo appare due volte di sfuggita da dietro un cantone. Nel protagonista è viva una fortissima contraddizione: da un lato egli prova una profonda pietà per quella donna che non ha altra colpa che quella di volergli stare accanto fino alla fine; dall’altro, non può tollerare (la sua condizione e la sua nuova visione del mondo glielo impediscono) lei voglia morire.
In aggiunta a ciò l’Uomo ha preso a detestare la moglie perché questa vorrebbe tenerlo in casa con sé, accudendolo fino alla fine, ma negandogli, inevitabilmente, quel gusto della vita che egli ora va cercando in tutte le piccole cose di ogni giorno.
Su questo scenario di pietà e dolore scende, infine, lentamente la tela, rappresentata idealmente dalle ultime parole dell’Uomo, tangibile segno di un’estrema volontà di attaccamento alla vita, tramite il proprio permanere nella memoria altrui: “E mi faccia un piacere, domattina, quando arriverà. Mi figuro che il paesello disterà un poco dalla stazione. All’alba, lei può fare la strada a piedi. Il primo cespuglietto d’erba su la proda. Ne conti i fili per me. Quanti fili saranno, tanti giorni ancora io vivrò […]. Ma lo scelga bello grosso, mi raccomando […]. Buona notte, caro signore. ”

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