Massimiliano Manni è nato a San Benedetto del Tronto il 9 gennaio del 1972 e a 13 anni il suo allenatore Luigi Ursini dalla Folgore lo portò a fare un provino al Torino dove fu preso subito. Così il piccolo Massimiliano lasciò la sua casa e gli amici d’infanzia per provare a portare avanti un sogno, un sogno che fino al quel momento non aveva mai preso seriamente in considerazione. Ha giocato a Torino per ben sette anni, facendo tutta la trafila delle giovanili, collezionando con il Torino di Mondonico dodici panchine in serie A e una panchina in Coppa Uefa. Nel frattempo riuscì anche ad entrar nel giro della nazionale giovanile. Dopo il Torino la sua carriera proseguì nell’Avezzano, nella Lodigiani, nell’Ancona, nell’Ascoli e nella Sambenedettese.

Che età aveva quando ha cominciato a giocare con la Folgore?

“Avevo 11 anni. Fino ad allora giocavo a calcio solo nei campetti con gli amici, in strada o in un qualsiasi posto. Bastava avere un pallone per trasformare anche il più piccolo degli spazi in un campo da gioco.?

Perché scelse proprio la Folgore?

“Diciamo che più che una scelta fu una vera e propria costrizione! Scherzi a parte, fu il formidabile mister Luigi Ursini a portarmici. Come ho detto prima, giocavo nei campetti all’aperto di Grottammare e lui veniva li ogni volta per cercare di convincermi a seguirlo, ad andare a giocare con lui. E’ sempre stato un uomo di carattere e forse proprio la sua evidente forza caratteriale mi diede quella sicurezza che un bambino di undici anni sicuramente cerca.?

Cosa ricorda quindi del suo primo allenatore Luigi Ursini?

“L’ho sempre ammirato tantissimo e continuo ad ammirarlo perché penso che prima di un allenatore, sia un vero e proprio educatore. Probabilmente in apparenza può sembrare scontroso ma io so che in realtà tiene a cuore tutti i suoi ragazzi nonostante le maniere che a volte possono apparire eccessivamente dure. Ma rimane il fatto che a me ha insegnato veramente tanto e non mi riferisco solo a ciò che ho potuto apprendere sul campo di gioco; penso sia stato fondamentale per la mia vita perché se non mi avesse preparato con le sue parole, i suoi modi e anche i suoi richiami, non sarei riuscito a lasciare, appena tredicenne, a centinaia di chilometri di distanza mamma e papà. Rimanendo dell’idea che i miei genitori mi hanno comunque dato un’educazione di base molto forte e ben radicata in me, il mister mi ha insegnato il rispetto verso altri, dall’allenatore al compagno di squadra, dal Presidente al magazziniere. Ha sempre predicato un forte spirito di sacrificio sopratutto perché un vero atleta non potrà mai essere un professionista se non ha la ‘testa giusta’. ?

Il ruolo che lei aveva in campo da ragazzo è lo stesso di ora?

“Direi proprio di no! Ora gioco in difesa, mentre ho iniziato a giocare facendo l’attaccante. Ricordo sempre con estremo piacere che il giorno del provino a Torino, mi fecero provare in un’amichevole vinta da noi nove a uno e in cui io, per la prima volta con la maglia del toro, segnai 6 gol. Non male per uno che ora gioca decisamente più dietro! Insomma fino ai 20 anni ho giocato attaccante e nell’ultimo anno Primavera, stagione ’91-’92, la coppia d’attacco era formata da me e Christian Vieri con la differenza che lui segnò 33 gol mentre io ne feci 11. Da qui si poteva già intuire qualcosa di diverso tra me e lui!?

Quando partì per Torino era un bambino e immagino sia stato duro lasciare la famiglia e gli amici. Degli ex compagni della Folgore frequenta ancora qualcuno?

“Non è stato sicuramente cosa facile. Quando si è piccoli è difficile prendere certe decisioni e sinceramente ora che sono padre non so se manderei mio figlio così lontano da casa a quell’età, vero è che certe occasioni nella vita capitano solo una volta e bisogna essere bravi e fortunati per sapere coglierle al volo. Se fosse stato per mia madre probabilmente non sarei partito, ma mio padre ha spinto molto perché io andassi a Torino, affinché potessi provare una carriera sicuramente non facile da portare avanti. Così arrivammo ad un accordo: sarei andato a Torino ma se non fossi riuscito a studiare sarei dovuto ritornare immediatamente a casa. Il tempo da dedicare alla scuola non era certo molto, ma comunque riuscii a prendere il diploma di ragioniere passando sufficientemente tutti gli anni di scuola. Alcuni dei miei ex compagni della Folgore li frequento tutt’ora, certi sono diventati dei giocatori professionisti o semiprofessionisti altri hanno intrapreso tutt’altra strada per una scelta di vita diversa, di certo al tempo eravamo un bel gruppo, sostanzialmente forte ma ancora era troppo presto per vedere se qualcuno avrebbe potuto fare o no il calciatore professionista.?

Ha un ricordo particolare legato alla Folgore?

“Le due vittorie nelle finali ottenute col mister Ursini. La prima finale nazionale la vincemmo nel primo anno che inizia a giocare e in più riuscì a vincere la scarpa d’oro come capocannoniere del campionato. Nel secondo anno vincemmo i giovanissimi provinciali con la maglia del Pedaso questa volta perché Ursini ci portò con lui. Sono ricordi a cui mi sento particolarmente legato perché era la prima volta che vincevo qualcosa.?

Quindi Folgore per lei significa Ursini, cosa vi diceva prima delle partite o durante gli intervalli?

“Ci diceva semplicemente le parole di tutti i giorni. Non c’è nessuna differenza per lui tra una partita e un allenamento. La concentrazione doveva essere la stessa e per questo ci richiamava sempre, urlava con tutte le sue forze e questo suo modo di comportarsi mi ha sempre dato degli stimolo immensi. Dietro alla persona che vive certi rapporti interpersonali in maniera piuttosto scontrosa, si nasconde un cuore grande e un uomo che da tutto in ciò a cui crede, quindi quando giocavo nella Folgore capivo dai suoi frequenti richiami che lui credeva in me. Ricordo che il mister veniva lui stesso a prenderci per andare agli allenamenti, tredici ragazzi della squadra dentro la sua macchina!?

Luigi Ursini potrebbe chiudere la sua avventura da allenatore di ragazzi. Che ne pensa?

“Penso che sarà veramente difficile che il mister possa lasciare tutto. I ragazzi, il calcio, senza dimenticare i suoi preziosissimi collaboratori, sono sempre stati tutta la sua vita e lo saranno per sempre credo. Probabilmente ora inizierà a darsi una ridimensionata, ma non posso credere che lasci tutto!?

E Manni? Cosa farà in futuro? Cosa si sente di dire a tutti quei ragazzi che avvicinandosi al mondo del calcio sperano di diventare dei professionisti?

“ Ho 32 anni e ho davanti a me ancora qualche anno da giocare, la mia intenzione è quella di sfruttarli al massimo perché mi sento bene fisicamente e mi diverto molto. Non ho voglia di pensare a cosa farò dopo perché mi sento ancora troppo coinvolto, di sicuro prenderò il patentino di allenatore per allenare i più piccoli ma mi fermerò sicuramente ai bambini e nient’altro. Innanzi tutto vorrei dire ai genitori di alcuni ragazzi che giocano di non esasperare i loro figli e di lasciare lavorare in pace gli allenatori; ai ragazzi che sognano di diventare dei calciatori professionisti posso solo consigliare di pensare innanzi tutto a divertirsi, continuando sempre a sperare per cercare di raggiungere i propri obiettivi. Chi spera non è mai sconfitto in partenza.?

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