PATRIA, LE RAGIONI D’UNA DEBOLEZZA STORICA

Da un po’ di tempo in qua si è ricominciato a parlare di patria e di patriottismo, a destra, a sinistra, tra la gente del popolo e tra gli intellettuali.

Ne parla spesso il presidente Ciampi nel suo meritorio sforzo di cementare una visione comune della nostra storia nazionale che ci accompagni nella faticosa costruzione dell’identità europea.

E ne parlano con tonalità e visioni assai diverse, quelli che teorizzano la morte della patria, un Risorgimento pieno di buchi e magagne, una Resistenza pressoché inesistente e inficiata dal gioco politico delle fazioni. La patria insomma resta un concetto controverso e una parola dai molteplici e spesso equivoci significati. Quindi inutilizzabile fino a quando non si farà chiarezza sui suoi contenuti.

Negli anni Venti dell’Ottocento, Giacomo Leopardi non risparmiava agli italiani una sentenza di totale colpevolezza. Con ben altra intenzione che quella del viaggiatore in cerca d’esotismi, egli rimpiangeva la scomparsa delle antiche virtù civiche, rimproverava “il poco o niuno amor nazionale che vive tra noi”, lamentava l’assenza di quell’amore per la gloria che aveva fatto grandi gli antichi ed era ormai cosa “incompatibile colla natura de’ tempi presenti…obsoleta come le usanze e le voci antiquate”.

Nel Discorso sopra lo stato presente dei costumi degli italiani, egli additava la “mancanza di un centro”, di un perno su cui s’incardinasse un discorso nazionale, una cultura unificante che fosse “fonte di conformità di opinioni, gusti, costumi, maniere”; e concludeva: “Ciascuna città italiana non solo, ma ciascun italiano fa uomo e maniera da sé”.

Scetticismo, cinismo, indifferenza, e altri “segni di scambievole disprezzo” non erano che le conseguenze di una mancanza di rispetto per il proprio passato, di un falso progresso emancipatore che aveva ricacciato nell’oblio l’antico e la rinascita del Quattrocento, le due arcate di civiltà che avevano retto la lunga campata della storia italiana.

Il risorgimento che andava apprezzato non era quello dalla società antica, ma dalle barbarie della sua corruzione. Era una voce cruda, quella di Leopardi, amarissima, eppure non nuova nel chiedere per gli italiani la moralità di un rinnovato spirito pubblica.

La sua riflessione aveva dimensioni più larghe, e introspezioni profonde. Il 10 maggio 1821, nel suo zibaldone annotava che una delle ragioni dell’arretramento della società italiana stava nel fatto che essa era sostanzialmente meridionale, come la Grecia, come i luoghi di grande civiltà che erano stati mossi da grandi “illusioni”; quelle, infatti, le illusioni, ovvero le “immaginazioni; avevano dato “vita e spirito ai popoli”, erano state “costitutrici e fondamentali delle nazioni e delle società”.

La caduta delle illusioni sotto i colpi della ragione, fulcro della modernità, aveva rovesciato gli equilibri del mondo, affondando la civiltà antica, meridionale, a favore della civiltà moderna, settentrionale.

Il fatto è che anche Leopardi nella sua pur nitida fotografia italiana, piegava la dinamica storica nelle strette della sua visuale filosofica e antropologica.

Che l’Italia non avesse Stato e spirito pubblico, che vivesse di superstizione e di individualismo, era un dato inconfutabile; che quello la distinguesse da altre situazioni e la penalizzasse, che la caduta da momenti alti di civiltà la facesse oggetto di sguardi curiosi come una società primitiva era nel senso comune.

E ardua sarebbe stata negli anni a venire la risalita; forse anche a tutt’oggi incompiuta. Tuttavia una delle risorse della società italiana era stata e sarebbe rimasta proprio nell’altra faccia di quella stessa medaglia: nella composita associazione di culture regionali, nello scambio e nell’integrazione fra centri e periferie molteplici e differenti, nel contagio proficuo fra un mezzogiorno orientaleggiante e africano e un settentrione variamente proteso verso il centro nord dell’Europa.

La via di un’antropologia nazionale, esemplarmente nel caso italiano, non poteva portare da nessuna parte.

Nel faticoso processo di riunificazione che avrebbe segnato l’Ottocento italiano, non erano state silenziose le voci che sottolineavano la diversità del panorama umano che popolava la penisola.

Sicuramente salta agli occhi la persistente inconsapevolezza della doppia mandata della storia italiana: fatta di addizioni, di aggiunte, di ricuciture, d’incontri e di scambi; le quali hanno rappresentato la faccia alternativa, virtuosa e proficua sul piano sociale e culturale, dei molti conflitti, delle lotte di fazione e di campanile che sempre hanno reso difficile l’amalgama e il civismo degli italiani.

A me, quando sento nominare la patria, viene in mente una pagina di vignette che Mino Maccari pubblicò sul “Mondo” più di mezzo secolo fa (scoperta nel 1973 quando lavoravo nella redazione di Panorama a Milano).

Ce l’ho ancora davanti agli occhi come l’avessi vista appena ieri. Ricordo che era divisa in tanti riquadri di eguale misura, in ciascuno dei quali era disegnato lo stesso omino in fogge e atteggiamenti diversi, ma sempre con una bandierina tricolore in mano e, in calce al riquadro, una didascalia composta di tre sole parole. “Voltagabbana ma patriota” la prima della serie.

“Spia ma patriota” recitava un’altra. “Ruffiano ma patriota” una terza. Nell’ultima infine l’omino era addirittura avvolto in un manto tricolore e in mano teneva una torcia elettrica e un mazzo di grimaldelli. La didascalia diceva: “Ladro ma patriota”.

Per dire che spesso quella parola di nobile e alto significato è servita e serve a coprire ignobili personaggi e ignobili mercanzie, contrabbandate come utili ed anzi indispensabili apporti all’unità nazionale e all’interesse generale.

Credo superfluo ricordare che il “Mondo” di quegli anni era un grande giornale liberale; quanto a Maccari in gioventù era stato un fascista arrabbiato, poi diventato antifascita in tempi non sospetti di facili conversioni.

Voglio dire che né l’autore di quelle vignette erano in odore di antipatriottismo. Semplicemente detestavano la retorica, specie quando usava parole che non bisognerebbe mai sporcare con usi equivoci e inutilmente ripetuti.

Direi che ci sono tre tipi di patriottismo. Il primo tipo si fonda sulla etnia, sulla terra, sulle tradizioni. Di fatto questo patriottismo è quasi sinonimo di nazionalismo.

Può assumere atteggiamenti difensivi per preservarsi da contaminazioni esterne; oppure aggressivi per riconquistare all’etnia e al territorio minoranze disperse in altri paesi di solito confinanti. Privilegia la comunità rispetto all’individuo.

Fa da incubatrice e tendenze militaristiche e politicamente autoritarie. Il secondo tipo di patriottismo ha natura del tutto diversa, anzi opposta. Si fonda su valori etnici e culturali, ravvisa quei valori come la propria patria e solidarizza con chi li persegue ovunque si manifesti. Questo tipo di patriottismo ha natura cosmopolita e internazionalista.

Per i liberali dell’Ottocento la patria erano i principi dell’Ottantanove e la dichiarazione dei diritti dell’uomo redatta dai padri fondatori della democrazia americana. Questo tipo di patriottismo non è esente da infortuni storici e da drammatici errori.

Il movimento socialista, fu la patria di milioni di lavoratori e ne promosse la coscienza civile nel mondo. Se la patria è la “terra dei padri”, pervasa di uno spirito religioso che fonde tradizioni e identità, il mondo nuovo della rivoluzione ne è l’antitesi.

Comincia così la tensione fra l’idea di patria e la sinistra: ossia allorché si spezza il legame ottocentesco fra nazione, popolo ed emancipazione sociale. Il culto mazziniano della nazione e la religione civile della patria come riscatto dall’oppressione imperiale stridono con l’utopia rivoluzionaria. Con il motto “proletari di tutto il mondo unitevi”, Karl Marx fonda una solidarietà che prescinde dai confini: la lotta contro un assetto strutturale di potere e la classe sostituisce la patria.

Socialisti, anarchici, comunisti dipingono un orizzonte in cui i popoli combattono per un ideale riassunto dall’internazionale, l’inno delle associazioni dei lavoratori composto nel 1871. “Su lottiam, l’ideale nostro fine sarà/ l’internazionale futura umanità”: solo che le parole della riscossa devono fare i conti con la durezza della geopolica. Che cosa conta di più, la patria o la classe, allo scoppio della grande guerra?

Con una lacerazione drammatica, i socialisti tedeschi votano i crediti per la guerra del Kaiser. Rosa Luxemburg è drammaticamente contraria; Eduard Bernstein, l’autore del programma socialista in chiave antimarxista, vota a favore; Karl Kautsky, colui che aveva formulato il programma della socialdemocrazia, si oppone e vota contro. In Italia la spaccatura era profondissima, perché intercettava l’irredentismo, la concezione del conflitto come ultima guerra d’indipendenza, l’illusoria concezione della guerra come scontro fra le democrazie e gli imperi.

La vicenda tragica del socialismo italiano non è esemplificata soltanto dall’interventista Benito Mussolini, bensì anche dal conflitto che divideva i socialisti del “programma massimo” dai riformisti: con i massimalisti, Giacinto Menotti Serrati in testa, i quali condussero una battaglia intransigente contro l’intervento; mentre il leader dei riformisti, Filippo Turati, pur contrario al coinvolgimento italiano ripiegò sulla celebre formula “né aderire né sabotare”.

L’idea di patria di fatto scomparve dal lessico della sinistra, non appena fu sequestrata dal fascismo. Ricomparve dopo la catastrofe della II guerra mondiale, in quanto la Resistenza fu proposta e interpretata dai comunisti come guerra patriottica Italiana, e comunque “nazionale”, fu la svolta di Salerno operata da Togliatti. Risorgimentale la scelta del ritratto di Garibaldi come simbolo del Fronte popolare alle elezioni del 18 aprile 1948. Evocativa di una “via” specifica al socialismo il tricolore sotto la falce e martello del simbolo del Pci.

Occorre aspettare lo sbriciolamento del Muro di Berlino, e la dissoluzione dell’impero sovietico, per assistere a una riconcettualizzazione della parola “patria”. In sé, nel finale di secolo, la patria è un concetto imprendibile. Sedimento di memorie, di orgoglio, di fierezza, di compassione, specchio di simboli e di immagini del passato, condivisione di vessilli e di antropologie: forse il tentativo più coerente per recuperarlo da sinistra è stato effettuato da Jurgen Habermas, con l’identificazione del “patriottismo costituzionale”: cioè cercando di trasferire la patria a livello più universale e politico di cittadinanza. Il terzo tipo si può definire patriottismo imperiale. E’ quello sentito e vissuto dalle classi dirigenti e dai popoli che per una serie di circostanze conquistano un’estesa egemonia ben al di là dei confini originali della propria nazione e dello Stato che ne è l’espressione.

L’egemonia imperiale può essere realizzata in modo diretto, cioè con la conquista e l’annessione del territorio, o in modo indiretto con la superiorità militare, tecnologica, economica, culturale. Spesso questi due tipi di egemonia si combinano insieme in proporzioni variabili. Due elementi distinti caratterizzano il patriottismo imperiale: il centro dell’impero tende a esportare i propri valori nei territori che si è annesso, offrendo in contropartita forme di partecipazione e di inclusione alle nazioni egemonizzate; oppure l’impero non si preoccupa di esportare valori ma semplicemente di conquistare mercati e rafforzare i propri confini. Questi due elementi sono spesso intrecciati e contemporaneamente presenti nel patriottismo imperiale.

Tonino Armata

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