29 maggio 2004. 29 maggio 1985, stadio Heysel di Bruxelles, finale di Coppa Campioni tra Liverpool e Juventus. 39 spettatori perdono la vita. 19 lunghi anni sono passati da quella tragica serata europea, una delle più brutte pagine della “storia” della violenza tifosa. Il ricordo da parte della redazione di Sambenedetto Oggi ci pare doveroso…

Una sorta di data-evento spartiacque, nulla da allora è stato più come prima. In Inghilterra, ma anche nel resto d’Europa, Italia compresa naturalmente. La rivalità tra inglesi e nostri connazionali – che già non si volevano per niente bene – andò, com’è facile intuire, ingigantendosi in maniera esponenziale, ma soprattutto vennero studiate leggi e misure tali da poter quantomeno arginare un fenomeno, quello del teppismo da stadio, che viveva la sua parabola ascendente, soprattutto in Gran Bretagna, dove il football è nato e da sempre costituisce lo sport per eccellenza.

Da quella sanguinosa data la parola “hooligans” – termine coniato nella specificità del contesto inglese per definire i tifosi che si rendevano responsabili di atti di teppismo e violenza e che nella sua accezione etimologica rimanda alla “Hooley’s Gang” (Banda di Hooley), ovvero una banda giovanile formata da ragazzi di origine irlandese che si era costruita una temibile fama nell’East End di Londra a fine Ottocento – ha letteralmente “invaso” le bocche di media, addetti ai lavori, studiosi. Perché l’“hooliganismo” andava “curato”, anzi debellato. E in effetti da qui ha inizio quello strettissimo “giro di vite” messo in pratica in Gran Bretagna nei confronti della violenza da stadio, al quale tra l’altro si sono ispirati e continuano a farlo (almeno a parole) molte realtà d’Europa.

Nella nostra Italia dovremo aspettare soli quattro anni per la nascita dell’ormai celebre “diffida”; così è noto nel gergo ultras, il provvedimento D.A.SPO. (legge 401), ovvero il divieto di entrare allo stadio per chi si rende protagonista di determinati azioni violente in occasione o a causa di manifestazioni sportive.

Le immagini in diretta di quella che doveva essere una festa del football – si assegnava la coppa più prestigiosa dell’intero panorama calcistico – e che invece si è tristemente tramutata in una “carneficina”, sono di certo rimaste impresse nelle memorie di molti appassionati di calcio. Notevoli sono state le carenze organizzative dei belgi: lo stadio riempito all’inverosimile, con le due fazioni, tifosi italiani ed inglesi, divise da un corridoio delimitato da recinzioni improvvisate, le forze dell’ordine impreparate e insufficienti sotto l’aspetto numerico.

Ecco che allorquando i “reds” del Liverpool decidono di mettere in pratica il “take an end” (letteralmente “prendi la curva”, pratica assai diffusa nel contesto britannico, per cui la conquista dell’altrui settore viene considerata un motivo di vanto per chi la attua ed una cocente disfatta per chi la subisce), dirigendosi verso il settore Z, quello degli juventini – i quali essendo tifosi normali e non ultras, anziché accettare lo scontro fisico scappano – succede il finimondo: l’ammassamento della folla in un’unica direzione provoca il crollo di un muro di sostegno. Decine di tifosi cadono nel vuoto e muoiono. Tanti feriti, ma soprattutto 39 vittime.

L’“indice” della critica, dopo i succitati fatti, punta diritto contro gli hooligans d’oltremanica e contro la fatiscenza e l’inadeguatezza dell’Heysel. Molto è stato detto e scritto in proposito. A tal riguardo consiglio ai più interessati, un libro neanche troppo prolisso (155 pagine) di un tifoso juventino – Francesco Caremani – che si addentra nella difficile e delicata ricostruzione dei fatti della notte dell’Heysel, svelandone le “verità”, come suggerisce il titolo stesso (“Le verità sull’Heysel – Cronaca di una strage annunciata”). Niente anticipazioni stavolta, per non rovinarvi, cari lettori, il gusto della scoperta. Aggiungo solo che l’opera ha scatenato un acceso dibattito riaprendo una questione oserei scrivere, piuttosto scomoda…

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