Nonostante abbia rappresentato uno degli episodi più sanguinari dell’ultimo secolo, sono pochi coloro che, a distanza di anni, ancora ricordano il terribile crimine che ha avuto come scenario il Ruanda, piccolo stato centro africano.
E per riportarci alla mente scene dimenticate è stato presentato a Grottammare uno spettacolo teatrale, La carezza di Dio. Rwanda 1994, scritto da Francesca Zanni e da Paolo de Vita e appoggiato dalla sezione italiana di Amnesty International. L’opera, tratta dal libro di Daniele Scaglione, consiste nel monologo di Romeo Dallaire, interpretato da Paolo De Vita. Il generale Dallaire, guidava il contingente di caschi blu inviato dalla Nazioni Unite per favorire il processo di pianificazione. Disponendo di una forza troppo ridotta e male armata, non riuscì ad arrestare l’ondata di violenza che coinvolse uomini, donne, bambini. In cento giorni furono oltre ottocentomila i morti originati dalla guerra tribale tra Utu e Tutsi, senza che i grandi e potenti Paesi europei e americani si opponessero in alcun modo. Paolo De Vita, di ritorno dal Ruanda, dopo aver presentato anche nel piccolo paese africano il suo spettacolo, parla della situazione attuale.

Come ha reagito la popolazione ruandese alla presentazione dello spettacolo?
Attualmente nel Ruanda convivono due anime: la prima appartiene a coloro che hanno vissuto i crimini del genocidio, l’altra a tutte le persone che sono tornate in patria dopo gli orrori e che del genocidio non vogliono sentir parlare. Ho presentato lo spettacolo in una sala dove ero l’unico bianco presente su 1500 persone, e allo stato attuale sono l’unico bianco in Europa che racconta dell’episodio. È stata sicuramente un’esperienza toccante.

Attualmente qual è il rapporto tra le due etnie?
In Ruanda non c’è nessuna distinzione tra carnefici e sopravvissuti, tutti vivono insieme. La parola d’ordine è convivenza, e l’unica speranza per il futuro è rappresentata dal perdono.

Quali sono state le conseguenze del genocidio?
Tuttora sono migliaia i bambini senza padre né madre, le donne violentate che hanno contratto il virus del Hiv sono oltre 250000, almeno 30000 persone hanno riscontrato problemi psichici. Le testimonianze dei carnefici nei tribunali locali portano alla luce i luoghi di sepoltura di migliaia di persone. L’orrore visto in quel piccolo paese è un pozzo senza fondo.

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