Ho visto “La Passione” di Mel Gibson. Premetto che non sono credente. Nonostante fossi partito prevenuto l’ho trovato un film bello, intenso, con un’indubbia forza evocativa, mistico, ricco di una spiritualità medioevale sia in senso buono che cattivo, anche artistico a suo modo. Alla fine mi sono posto alcune domande: era il momento giusto per un film così? Le grandi religioni si guardano con sospetto e si considerano una reciproca minaccia? Sino a che punto si può chiedere alle grandi religioni di dialogare, e ognuna si ritiene la sola depositaria?

In un lungo dibattito televisivo, nel giorno di Pasqua, ho atteso invano che uno, dei tanti contendenti rappresentasse anche il mio punto di vista: quello di un non credente. Inutilmente. Ulteriore sintomo che, nell’intreccio infocato della discussione sul mondo, l’invadenza delle fedi e dei fedeli è, in questo momento travolgente e, se mi è concesso dirlo, opprimente.

Non mi sento previsto. Anzi, non sono previsto. Nelle discussioni delle scuole coraniche, se ebrei e cristiani debbano restare al mondo oppure sprofondare, non sono previsto. Alla chiamata alle armi del cristiano rinato Bush (e del cristiano rifatto Berlusconi), Dio è con il Pentagono, non solo non voglio, ma proprio non posso rispondere: non capisco la domanda. Nella nuova (?!) geopolitica etnico-confessionale che cerca di ridividere l’umanità secondo la decrepita antinomia Mori e Cristiani, davvero non compaio.

E se una bomba dovesse interrompere il mio distratto transito per le strade della mia città, nessun fanatico barbuto sarebbe autorizzato a iscrivermi nell’elenco dei crociati uccisi, e nessun devoto alla memoria di Lepanto potrebbe iscrivermi tra i martiri della fede: gli farei spedire una querela postuma. Sfrattati dal rinvigorire furibondo delle fedi religiose, noi senzadio siamo al margine di ogni discorso. Una parentesi vuota, forse perché la nostra indegnità è tale da renderci indegni perfino di essere nemico di qualcuno, forse perché ci danna la nostra vaga eppure sentita religione dell’uguaglianza tra gli umani, che ci costringe a essere, in qualche modo, amici di tutti. E così, quando leggiamo certi proclami che sortiscono dall’islam più razzista, che annunciano morte alle altre religioni di Abramo, la tentazione ilare di un sogghigno da imboscato (si sono dimenticati degli atei, forse la scampo…) cede il passo allo scoramento.

Compaiono a Napoli, manifesti del Cristo di Gibson guarniti di appelli neocrociati (e neofascisti) che invitano a vendicare armi in pugno il Nazareno. Per contraccolpo da undici settembre, negli Usa spopolano chiese e chiesette di reverendi reazionari, evangelizzatori del mondo in punta di Bibbia e di cannone. Da Haider a Le Pen al cattolicesimo vandeano della Lega, molti europei rigettano l’idea che siano stati i Lumi e la Rivoluzione francese a darci diritto e libertà, e il revisionismo della destra italiana rivaluta le insorgenze sanfediste e fruga nel brigantaggio per scovarne il valore “popolare” e antiborghese dell’antistatalismo.

La tolleranza è un pensiero debole, non consente di colmare il vuoto identitario con l’attraente immutabilità delle certezze confessionali, delle tradizioni ispirate dal Cielo, soffiando sulle braci antichissime che ancora covano sotto la cenere. Soprattutto, la tolleranza non fornisce il confronto di un nemico da odiare. Ma, santo cielo, sospesi come siamo nel baratro di nuove guerre di religione, bisognerà pure che la mediocre ragionevolezza degli agnostici trovi, e il più presto possibile una sua voce udibile, una sua forma culturale e fors’anche politica, e reclami il suo posto in questo pandemonio di Verbi confliggenti. Non resta molto tempo, toni e volumi salgono, e non illudiamoci: il rumore delle bombe minaccia di coprire ogni voce tranquilla, ogni espressione di gentilezza. I tempi sono di ferro e di sangue, e organizzare i disarmati e i tolleranti di tutti gli angoli del mondo, oltre che la sola via di scampo, e anche la cosa più difficile da fare, quando non si ha un libro da brandire o un paradiso da promettere.

Tonino Armata
San Benedetto Tr. 19 aprile 2004

N.B. L’86% degli italiani si dichiara credente. Il 14% senza religione. Di questi il 40% si dichiara ateo. Questa è la sintesi dell’inchiesta condotta dal Pontificio consiglio per la cultura, “preoccupato” per la continua crescita degli atei e dei credenti fai da te. Dall’inchiesta emerge, infatti, che, dell’86% di credenti, una buona parte si definiscono credenti sì, ma a modo loro: non tutto quello che è offerto dalle religioni “tradizionali” è in grado di dare risposte concrete alla ricerca spirituale di un sempre più affollato popolo di credenti per niente allineati ai dettami delle religioni riconosciute come tali. L’Europa è il continente con più persone senza religione: Paesi Bassi, Francia, Belgio sono le punte di diamante di un ateismo trasversale che ha origini molto profonde e che non sempre coincide con i rigidi dettemi imposti dalle religioni tradizionali. Forse i troppi scandali, i troppi soldi, il comportamento poco coerente di alcuni ministri del culto, hanno reso le persone più diffidenti e le hanno spinte a cercare Dio da un’altra parte, o addirittura a non cercarlo affatto.

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