Affezionati lettori di Sambenedetto Oggi, prendete carta e penna perché – è un mio personalissimo consiglio – dovete annotare il titolo e l’autore di un libro che vi farà riscoprire il piacere ma soprattutto l’orgoglio e la fierezza di tifare per una “provinciale”, per una piccola, per una di quelle “cenerentole” della palla a spicchi che i “potenti”, volenti o nolenti, debbono sopportare.

“Belli e dannati – Il popolo granata e l’arte delle pazienza” è l’opera di Marco Cassardo – giornalista che in passato ha collaborato con “La Stampa”, “Italia Oggi”, “Il Giorno”, “La Gazzetta dello Sport” e “Il Sole 24 Ore” e che attualmente è direttore responsabile del settimanale “Pubblicità Italia” – giunta alla terza edizione, aggiornata (la prima risale al marzo 1998) dopo lo spareggio col Perugia per restare in A del 21 giugno ‘98, il derby (3-3) contro la Juve datato 14 ottobre 2001 e soprattutto la “marcia granata” del 4 maggio 2003.

“Belli e dannati”, un po’ saggio e un po’ romanzo, si divide tra una cronaca ed una testimonianza del tifoso granata, avvezzo alla sofferenza, ma memore, perché vissuto in prima persona o depositario, di un passato glorioso, fatto di successi e di disgrazie.

Il Toro non è solo una squadra di calcio, ma anche (e soprattutto) un’idea, sconfinata passione, cocciutaggine nell’amare una maglia che dopo il dramma di Superga, a parte il settimo scudetto del ’76, non ha più regalato soddisfazioni all’impavido popolo dell’ “altra Torino”, quella “povera”, quella che al massimo arriva ad una finale di Coppa Uefa (nel ’92 contro l’Ajax), ma che poi la perde colpendo ben tre pali!

Ezio Rossi, allenatore granata dalla scorsa estate, uno che nel Toro ha giocato, a proposito di questo libro ha affermato che tutti i calciatori che vestono la maglia granata dovrebbero leggerlo.

In queste pagine è raccontato l’amore masochistico di una tifoseria assai fedele, si viene condotti quasi per mano attraverso i miti ed i culti di Superga, Filadelfia e della Curva Maratona, in uno splendido intreccio di testimonianze, aneddoti, ricordi.

Gli stralci di giornale, le parole di ex giocatori e tifosi “vecchi” e “nuovi”, la penna poetica di Cassardo che scava dentro la ultra-novantennale storia del Toro, dentro quel mare in tempesta che mai si calma, dentro quell’amore folle e ostinato che muove ben 50000 persone a marciare per le vie di Torino, toccando i luoghi “sacri” della società granata, della sua storia, in una afosissima mattina di maggio, all’indomani di un’ umiliante retrocessione, indossando una t-shirt bianca che recita “4 maggio 2003. Giornata dell’orgoglio granata. AMORE TORO. Io c’ero” e reggendo un lenzuolo in cui sono impresse cinque indelebili parole: “La nostra fede non retrocede”.

“Belli e dannati” è una sorta di “elogio dei perdenti”, è l’invito non dico a compiacersi, ma quantomeno a non abbattersi di fronte alla sofferenza sportiva, è la sfrontata e sfacciata sfida al juvemilaninter (“declinazioni diverse di un unico potere”), a quello che l’autore definisce il “Trio”, il sistema di potere, accentratore di trionfi, colui che da decenni si sta accaparrando la “torta” dei successi, delle attenzioni mediatiche, delle simpatie dei tifosi.

Cassardo accusa: “si stanno prendendo tutto, anche i sentimenti”. A difesa di questi sentimenti ha pensato bene di partorire il talismano granata, libro-deposito dell’orgoglio, dell’onore, della fede, dell’idea opposte alla ricchezza, allo sperpero, all’arroganza, alla vittoria facile.

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